mercoledì 19 dicembre 2012

Antenati


Avevo tre barba e una magna, che poi nel mio dialetto significa tre zii ed una zia. Anni fa li avevo. Di quelle persone che non potevano tenere le mani ferme. Con qualunque tempo, in qualunque momento, quelle mani facevano qualcosa. Come se fossero autonome. Come se l'uomo o la donna al quale erano attaccate dipendessero da loro e fossero costretti a seguirle in ogni attività, incapaci o forse impossibilitati a decidere per un momento solo di ozio.
Il più vecchio, l'Evaristo detto Ristu, lavorava il ferro battuto. D'estate al mattino, d'inverno a qualunque ora, si rintanava in quella che una volta era stata la stalla piena di vita e vitelli e mucche ed ora era vuota e silenziosa. Con un bel po' di mattoni si era costruito in un angolo un focolare. Con dei grossi rami, un cavalletto a icx. Con delle assi un tavolo da lavoro sulla quale c'era un'incudine e gli attrezzi. Accendeva il suo fuoco nel suo focolare, faceva arroventare il ferro e poi lo batteva fino ad ottenere le forme e le curvature che voleva.
L'Ettore, detto Torinu, lavorava il legno. Sceglieva il ceppo che voleva, di quercia o larice possibilmente, e poi con la calma e la pazienza di un frate certosino incominciava ad accarezzare il legno dandogli sembianze non sue. Crocifissi, pecore, mucche, teste d'uomo, statuine. E lo faceva con una precisione incredibile. Di certo ai miei barba non mancavano mai le statuette per il presepe. C'erano quelle di Torinu e ogni anno aumentavano di numero e di perfezione. Non mancava nemmeo di che ricoprire l'asse su cui lo facevano, visto la grande produzione di riccioli sottilissimi ottenuti dalle sue passate di lame e sgorbie. Esili petali di fiori, parevano.
Poi c'era l'Eusebio, il più giovane detto Sebin, che intrecciava i canestri. Seduto vicino al fuoco d'inverno o all'ombra della quercia in cortile in estate, senza mai dire una parola sceglieva, legava, intrecciava i rami di salice. In primavera quelli freschi, appena potati e scorticati. Nel periodo brutto quelli fatti seccare dopo che erano stati privati della corteccia e messi in ammollo per un'ora perchè tornassero flessibili. Le mani che parevano muoversi da sole e incrociavano e incastravano rametti fino a farli diventare gerle, cestini o ceste.
Infine, c'era la magna Erminia, la moglie di Ristu che ricamava, lavorava ai ferri e all'uncinetto. Sempre con la lana nella tasca del grembiule nero faceva le calze per tutti e gli scapin,i sottopiedi che sostituivano la parte inferiore delle calze consumate. E poi, maglie, berretti, guanti. Era uno spetttacolo vederla lavorare con quattro ferri corti e appuntiti, gli occhi rivolti al marito o ai cognati o ai visitatori che andavano a trovarla. O anche a me, quando ero piccolo. E poi i ricami... tutti quei fili colorati che dipingevano su una tela rustica o sul lino dando vita a cifre, animali fiori, greche...
Mia madre mi disse una volta che anch'io ho usufruito dei loro lavori. Non che me ne ricordi. Ero appena nato però su un treppiedi di ferro battuto fatto da barba Ristu, c'era un grande cesto di vimini opera di barba Sebin e dentro ascciugamani, lenzuolini, copertine, bavaglini della magna. Sopra a tutto una scatola di legno con le cerniere e la chiusura in ferro battuto del barba Torinu. Sul coperchio un taglietto perfetto, come la bocca di un neonato. Il mio primo salvadanaio.
Ovviamente non la zia, ma gli zii hanno sempre cercato di inculcarmi la manualità, di farmi capire che con le mani si possono fare tante cose. Anche belle. Io però non ho mai imparato. Non ne avevo voglia. Dovevo correre, andare in bici, giocare a calcio... arrampicarmi sugli alberi per rubare le ciliegie. Non avevo tempo per fare quei lavori.
Ho imparato qualcosa da loro? Niente e tutto. Non faccio lavori manuali perchè sono negato. Quindi niente. Ma ho imparato tutto perchè ho in me la loro passione per la professione che svolgo. Mi perdo nel mio lavoro. Dimentico le ore. Il tempo passa ed io non me ne accorgo. Ho in me, sento in me, lo stesso fuoco che scorreva in loro. Ho nello sguardo, così mi hanno detto, quell'ardore e quel godimento che solo un'attività amata e appassionante può dare. Se ci penso, li rivedo all'opera, chini sull'incudine o sui cesti o sul legno e vedo la vita scorrere nei loro occhi. Gli sguardi carichi di voglia, di amore, come di innamorati. La dedizione per quell'attività tutta loro e loro soltanto. Anch'io sono così, anche se nel mio lavoro non sono di certo l'unico.
Come? Che lavoro faccio? Uno qualunque... sccegliete voi.

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