giovedì 20 dicembre 2012

I mercatini di Natale 2012


Dopo averci pensato per anni e aver rimandato per il tempo, per i problemi e per la pigrizia, grazie alla figlia, più intraprendente, un piccolissimo sogno si è avverato. I mercatini di Natale son diventati realtà. Viaggio di un giorno, autobus e autista, giornata libera per girare a piacere... che si può volere di più?
Certo! Partenza alle cinque del mattino, quindi sveglia alle tre e trenta; prima parte del viaggio col buio più profondo, fuori e dentro, illuminato solo dalle luci notturne blu del bus e dall'illuminazione stradale. Idem per il ritorno. Ma si può fare.
Dietro ai finestrini, all'inizio il nulla. Poi, i profili delle costruzioni lungo l'autostrada. Case, magazzini e piccoli stabilimenti prefabbricati. Nei cortili, illuminati dai fari delle varie ditte chiazze lucide. E' piovuto.
Poco per volta, il cielo da nero diventa grigio, grigio chiaro. Attraverso la foschia si mostrano paesi, case sparse e altri capannoni nel piattume assoluto. E' Pianura Padana, in fondo. L'inizio, almeno, ma sarà così ancora per parecchio. Ad interromperlo, solo questi capannoni e gli alberi con la loro sagoma nera. Quasi un fumetto. Una strip, nella sua continua orizzontalità. Unica nota di colore nel grigiore monotono, il loro vestito autunnale in una esplosione di rosso, giallo, ocra, marrone. In mezzo, il verde scuro svettante e affusolato di alcuni cipressi, sentinelle irrigidite sull'attenti.
Più oltre, tralicci e altri capannoni, come scatole rettangolari in cemento, orribili per lo più, e case, paesi, cimiteri. Abitazioni per i vivi e per i morti.
Una stalla col portone spalancato.... un recinto ampio... un prato... una mandria di cavalli che brucano.
Puntando verso nord, dopo il lago di Garda, i primi rilievi. Morbidi, vivi. Frutteti e vigneti coltivati a filari. Alcuni, a filari e a pergolato contemporaneamente con ai quattro vertici dell'immaginario rettangolo e in testa ad ogni filare, pali di cemento. Sopra, arrotolate, reti ombreggianti verdi.
In lontananza, si intravedono paesi seminascosti dalla rimanente foschia bassa. Paiono essersi appena svegliati e pronti ad uscire, anche a gomitate, dalla coltre umida e grigiastra.
In direzione Brennero, l'autostrada sale, gli alberi da frutto e le viti aumentano. Anche i paesi sparsi. D'improvviso, a sinistra, a strappare il sudario ormai consunto di foschia, la sagoma di una montagna dal profilo tondeggiante. Null'altro. Dalla parte opposta un altopiano tagliato di netto, in verticale, a strapiombo sulla valle.
Infine, Trento. Nella sua conca, circondata da monti che pare vogliano proteggerla da chissà quali invasioni. E tu ti senti piccola, tra quei giganteschi soldati dall'armatura mimetica dove verde e marrone si fondono. E l'Adige veloce come ulteriore barriera, divide la città dal resto del mondo.
Bella città, Trento. Antica, ricca di monumenti storici. Pulita e ben curata. Marciapiedi integri. Strade senza buche. Niente immondizia in giro. Un altro mondo, pare. Le vie del centro storico, strette ed eleganti, che passeggiano tra palazzi signorili istoriati. Un glicine immenso che abbraccia con affetto l'angolo di una palazzina salendo oltre il primo piano. Quest'anno... E l'anno prossimo, dove arriverà?
Sulla via, le prime bancarelle natalizie. Addobbi per la casa: abeti, alberelli, stelle, cuori, centrotavola tutti fatti con anice stellato. Oltre, altri addobbi fatti con lamine sottilissime di
legno intagliato a traforo. Profili di stelle e di presepi. Infine, l'ingresso al mercatino vero e proprio. E Natale esploda in tutta la sua pagana festosità. Spiedini di frutta secca, miele di ogni fiore possibile, cioccolate di mille tipi diversi e di forme diverse: tavolette tradizionali e poi cacciaviti, martelli, chiavi inglesi, tronchesi.... persino la colorazione rugginosa e rossastra del tempo, hanno. Polvere di cannella, forse, spruzzata sopra.
Casette in legno schierate come in un vecchio villaggio medievale e destinate a vendere felicità a prezzo medio-alto ma... comprato al mercatino di Natale in Trentino....vuoi mettere?
Fuori da una di queste casette, un treppiede fatto con pali legati; una grossa catena che scende e regge un enorme paiolo di rame dove borbotta la polenta. Sotto il fuoco di grandi ciocchi.
Mangiato polenta e cervo. In piedi, mettendo il piatto su uno spesso asse rotondo appoggiato su una botte in legno con doghe in ferro e posta in verticale. Dopo, due torreggianti fette di torta della Foresta Nera. Panna e cioccolato e ciliege. Strepitosa! Tutto questo prima di mezzogiorno per evitare la ressa.
In giro per il mercatino c'è una marea di gente. La più varia. Fidanzatini o neosposi appiccicati uno all'altra. Persone di mezz'età. Giovani papà con il bimbo a cavalcioni sulle spalle e in testa il cappellino comprato proprio lì: un berretto di lana grigia come un elmo, le corna di lana avorio ai lati e le treccione bionde da vichingo che ricadono sulle spalle. Uomini con giacca a vento e donne con pellicce. Tanti bambini, la manina tra le mani della mamma e altri liberi di andare e perdersi. Continui richiami.... Cristian... Cristian... non ti allontanare più! Tutti a bocca aperta davanti alle merci esposte. Anche noi due così. A bocca aperta e mano nella mano dopo essersi perse di vista più di una volta.
Usciamo dal mercatino, una tappa al bar per un caffè e poi un giro per la città che ci porta a scoprire la Torre Vanga, antica prigione medievale. Non si può visitare. E' restaurata ma manca ancora il permesso a far entrare i visitatori. La gentilissima signora che ci accoglie, ci dice che è un vero peccato perchè sulle pietre calcaree delle celle, vicino alle inferriate, tondini di ferro pieno del diametro di due centimetri, anneriti dal tempo, sono incisi date, nomi, pensieri, ricordi dei carcerati. Peccato! Un pezzo di storia umana ancora non visibile ai più. Un buco nella storia di questa nostra gente antica.
Visitiamo però una mostra fotografica con foto che vanno dagli anni 20 agli anni 60. Tutte in bianco e nero. Fantastiche! Ogni minimo particolare evidenziato nel chiaro scuro della mancanza di colore. Memoria di un tempo in cui le donne indossavano abiti lunghi e gli uomini il tabarro e in cui gli sci erano rustiche assi di legno, corte e spesse.
Torniamo al pulman prima del tempo e ne approfittiamo per fare una passeggiata sul lungofiume. Non l'Adige ma un torrentello lì vicino. Due coppie di germani ciondolano in acqua lasciandosi trasportare dalla lieve corrente. Li fotografiamo. Una coppia più timida si ritrae. L'altra invece prosegue nella sua navigazione e pare mettersi in mostra. Prima il maschio dalla testa verde fosforescente e poi la femmina. Poi il contrario. Giunti proprio di fronte a noi, danno spettacolo e uno per volta immergono la testa sott'acqua alzando la coda verso il cielo. Perfettamente verticali. Un paio di volte e poi si dirigono dove l'acqua è solo più un velo e si rimettono a posto le penne.
Arriva l'autobus, arrivano gli altri partecipanti alla gita e ci dirigiamo verso Levico, a vedere il secondo mercatino della giornata. Passiamo in una gola tra monti a strapiombo che paiono essersi ritirati solo per far passare gli uomini, ma non tanto. Solo quanto basta. Costeggiamo il lago Caldonazzo con le boe che galleggiano e l'imbarcadero che non vediamo. In mezzo, navigano padrone dell'acqua anatre selvatiche che si godono la ritrovata pace mancata nell'estate.
Infine, Levico. Paese in salita, con casette a due o tre piani rosate, lilla, ocra. In cima il parco e il mercatino. Meglio ancora delle bancarelle sono i mini pony, alti come un cagnolino di taglia medio grande, grassi, zampe corte e robuste e pelo lungo. E ben contenti di ricevere carezze. Più su, caprette, un asino nero, galline, galletti, germani... Tutto ben tenuto. Erba rasata, aiuole con contorni ben precisi, piante ben potate. Quello che resta di un platano con una circonferenza di nove metri alla base, morto chissà quando e diventato monumento. Interessante anche qui l'umanità varia in visita. Intere famiglie, comitive di giovani e altre di anziani, una mamma con una ragazzina down sulla carrozzina e una ragazza con un cagnolino microscopico nella borsa. Tutti chiacchieroni, allegri, casinisti. E code interminabili, intendo all'italiana e quindi code all'ammucchiata, davanti alle bancarelle di formaggi e salumi.
Ovunque urla di bimbi, risate, richiami. Nel mezzo il nitrito di un minipony rossiccio che forse non aveva troppa voglia di portare il bimbo in groppa e il ritmato battito di otto paia di zoccoli ferrati che trainano un carro carico di persone. Appartengono a due alti cavalli neri, robusti, lucidi, appaiati tra le stanghe del carro.
Siamo stanche. Abbiamo freddo. Sta scendendo la notte saltando a piè pari la sera. Levico è a fondovalle. Tutto attorno si elevano le Alpi. Sono loro che non aprono le porte alla sera. La lasciano soltanto sbirciare tra i battenti socchiusi. Ma non entrare. Per questo la penombra dura pochissimo. Poi, le porte si richiudono ed è notte.
Stiamo tornando. Sono solo le diciotto ma è già buio pesto. Siamo circondati dalle sagome scure delle Alpi. Mi danno un senso di claustrofobia. Come se fossero un limite invalicabile, una barriera insormontabile e prepotente. In fondo, bloccano la luce del sole così repentinamente già all'inizio della sua discesa, da rendere questa valle buia e fredda velocemente. In basso, però, mille e mille luci. Lampioni stradali e migliaia di luminarie natalizie in fila semplice, doppia, a losanga, a ricciolo, a onda, a nastro. Tutte ugualmente bianche e piccole. Costeggiando il Caldonazzo, le luci scivolano sull'acqua creando fasci luminosi sventolanti che si divertono ad accarezzarla languidamente. Uguali eppure diversi. Poi ancora lampioni e festoni luminosi lungo i balconi, sotto i cornicioni, sui pini.
Uscendo dal Trentino, però, tutto cambia d'improvviso. Solo l'illuminazione stradale e i fari delle auto a bucare l'oscurità. Sembra quasi che da questa parti del Natale non si parli ancora.
Ma un nuovo spettacolo ci aspetta più avanti con la pioggia che bagna i finestrini e il parabrezza dell'autobus e crea fantasiosi giochi di luce. Scie bianche, rosse, arancioni scivolano sui vetri bagnati in una fantasmagoria irreale, ribalzando da destra a sinistra, da un finestrino all'altro.
Così fino al luogo di ritorno. Sono le ventitrè e trenta. E' ora di andare a casa.

Nessun commento:

Posta un commento