domenica 16 dicembre 2012

Il mago del vento

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 IL MAGO DEL VENTO
di Vauro Senesi.

Poesia. Poesia in prosa. Poesia in una storia di guerra di cui giungono a sprazzi solo echi, ora più vicini, ora più lontani. Poesia in una storia dove di guerre se ne vivono più di una: quella “tradizionale” con bombe, morti, feriti, camion carichi di soldati diretti al fronte o di ritorno dal fronte e diretti in ospedale con piaghe, lamenti, sofferenze; l'altra più subdola e traditrice, capace di distruggere senza armi, di uccidere senza razzi perchè questi strumenti non servono per uccidere l'anima.
E' una storia struggente di solitudine, abitata da un vuoto che poco a poco si riempie di emozioni, sensazioni, percezioni che ad una persona “normale” non è concesso sentire, in un lento scoprire la vita giorno dopo giorno. Questa solitudine si chiama sordità e colpisce improvvisamente un ragazzino nel pieno della sua spensierata fanciullezza fatta di giochi e sfide col fratello maggiore.
“I piccioni gli avevano rubato l'udito” e solo quando, con l'aiuto di Hasan, lo storpio, riesce a vincere la paura e l'odio che prova nei loro confronti ,può diventare se stesso, il mago del vento, il ragazzo che fa volare i piccioni secondo il movimento che imprime alla lunga canna.
Non è un percorso rapido, quello di Fahim. La sua strada si incrocia con la paura, lo sgomento, la rabbia. Non vuole che gli dimostrino pietà. La sua diversità lo ferisce e lo spinge ad imparare a leggere le labbra per poter rispondere. Osserva e comprende cose che prima non avrebbe compreso. Vede il padre distruggersi giorno dopo giorno con la birra fino a distruggere l'unica fonte di sostentamento della famiglia, la coltivazione e il commercio di datteri. Vede la madre smettere poco a poco di combattere contro l'alcolismo del marito, gli eventuali pettegolezzi dei vicini. Vede Ali, il fratello, imparare prima ad odiare e poi a ignorare del tutto il genitore. Vede la famiglia sfasciarsi. Pur essendo tutti insieme, nella stessa casa, pur pranzando allo stesso tavolo, la famiglia non c'è più. E Fahim cresce, diventa un giovane e poi un uomo grazie agli insegnamenti di Hasan che gli parla standogli alle spalle e riesce a farsi udire.
“Le giornate di Fahim si alternano per lo più in solitudine ma non vuote”. Dapprima sono i profumi a riempirle, gli odori. L'odore della città, dell'acqua, della paura. Poi, l'empatia che prova con gli altri, il saper riconoscere il loro dolore, il sapersi fondere con i loro spiriti.
E Fahim cresce e il saper governare il volo dei piccioni è il saper governare la propria vita; l'essere padrone di se stesso eppure libero da ogni foma di schiavitù che ci si può imporre. Ragazzo coraggioso, emblema di un popolo vessato ma non abbattuto, Fahim è l'iracheno che nessuno ci ha mai fatto conoscere. Non il soldato, il mostro asservito a Saddam Hussein, ma l'uomo gentile, disponibile, pronto a dividere il niente che possiede con chi non possiede neppure quello, l'iracheno della Storia, dei libri di storia, colto, pronto ad aprire a sua casa allo straniero e a dividere con lui il pranzo.
Fahim non è colto. Sa leggere e scrivere ma nulla di più, ma possiede una cultura viscerale del suo mondo e dell'umanità che gli sta intorno che sopperisce alla mancanza di istruzione, intesa nel senso più tradizionale, fatta di libri e studi.

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