giovedì 3 gennaio 2013

C'è sempre tempo

Quella mattina era entrata in panetteria. Pensava di comperare il pane nero. Un chilo, almeno. Sperava anche di trovare ancora un pezzo di pizza margherita. Come al solito, però, non l'aveva ordinata indaffarata come era. Come al solito, allungando il collo oltre i clienti per controllare nel banco, non ne aveva visto l'ombra. C'era solo una piccola striscia di focaccia. Aveva pensato che avrebbe preso quella se nessun altro gliel'avesse fregata da sotto al naso.
Aveva tolto il portafoglio dalla borsa chiedendosi cosa avrebbe mangiato a pranzo, quando aveva sentito un nome che aveva attirato la sua attenzione.
La panettiera aveva detto: "Ma sì! Proprio la Marengo!" e una cliente aveva ribattuto: "Proprio la Marengo? Decrepita come era, c'era da aspettarselo da un momento all'altro!".
"Superava i novant'anni!" aveva esclamato una terza persona.
"E' sempre stata stramba..." aveva aggiunto un'altra.
"Almeno non si è neanche accorta di morire!"
"Si è addormentata in poltrona, dicono. L'ha trovata la donna delle pulizie. Era già morta da ore, dicono."
Lei non era intervenuta. Aveva solo ascoltato, momentaneamente confusa. Conosceva bene, cioè, aveva avuto modo di conoscere la signora Marengo. Non era stramba! Assolutamente! Non come la definiva quel covo di vipere pettegole. Aveva preferito tacere, però. Chiedere informazioni alla confraternita delle pettegole significava solo sentirsi rispondere dicono, si dice, sembra. Verità a metà. O meglio, a un terzo. Il resto erano supposizioni, invenzioni, ingigantimenti dei fatti. Era semplicemente uscita dal negozio col sacchetto del pane e due brioches. La focaccia l'aveva comperata un'altra cliente.
Ora, seduta al tavolo della cucina, con le brioches davanti ed un tazzone di tè verde troppo caldo, stava pensando a Maria Luigia Marengo. Era piccola, fragile come un ricordo sbiadito. Aveva la pelle quasi trasparente sugli zigomi pronunciati, zigomi alla tedesca come la stessa Marengo li chiamava ridendo, gli occhi azzurri sottolineati dalla matita nera, la sottile linea della sopracciglia ben depilate, le labbra rosate da quella tonalità di rossetto che ormai non si trovava quasi più in commercio, il caschetto charleston di radi capelli bianchi sempre perfettamente in ordine.
Anche l'abito nero a vita molto bassa e la lunga collana di perle d'avorio piccole e ingiallite dal tempo erano in stile charleston.
La rivedeva seduta sulla sua poltrona di velluto rosso scarlatto, sorretta da numerosi cuscini, là, nel suo salotto buio, straripante di ricordi e memorie del tempo andato.
Pareva lei stessa un ricordo. Come le sue foto, i suoi ninnoli.
Solo qualche giorno prima, quando era andata a farle visita, ci andava regolarmente ogni giovedì, l'aveva vista al solito posto, in poltrona, gli occhi chiusi, assorta ad ascoltare la musica un po' gracchiante che usciva dal vecchio fonografo a tromba. L'aveva osservata in silenzio, quasi timorosa di disturbarla. Le era parsa chiusa in un mondo tutto suo, come se, sull'onda di quella vecchia musica, si fosse ritrovata tra gli amici della sua gioventù. Magari sognava di ballare quel charleston con il giovane ufficiale di fanteria di cui una volta le aveva parlato, quel giovane dallo sguardo orgoglioso che fissava l'obiettivo rinchiuso in una cornice di argento brunito.
Lei era rimasta immobile ad osservarla. I lineamenti distesi, il sorriso dolce l'avevano fatta pensare ad una persona serena e come sempre, la serenità e la pace interiore di Maria Luigia Marengo l'avevano contagiata facendole dimenticare la sua solita fretta, la sua abitudine ad avere sempre un occhio puntato sull'orologio e il diavolo delle scarpette. Diavolo delle scarpette! Così, la signora Marengo chiamava il suo passo veloce, ritmato dal battito dei tacchi alti. "Nella vita ci sono momenti per correre e momenti per andare adagio!" le ripeteva spesso. "Impari a fermarsi, quando è il momento giusto!"
Ma per lei il momento di rallentare non giungeva mai. O meglio! Prima di conoscerla non era mai giunto. Dopo, lentamente ma inesorabilmente, le si era avvicinato sempre di più fino a raggiungerla ogni giovedì pomeriggio, fino a costringerla a sedersi di fronte a quell'anziana donna e ad ascoltarla. Ed era un piacere fermarsi un po', ascoltare quelle storie d'altri tempi, memorie di un tempo disperso, vecchio di quasi un secolo.
Si erano conosciute per caso. Un giorno di qualche anno addietro, il postino si era sbagliato e le aveva consegnato una lettera indirizzata alla signora. Lei, senza neanche guardare il nome del destinatario l'aveva aperta. Si trattava della missiva di un'amica, questo lo ricordava bene, così come ricordava il suo imbarazzo quando era salita al quarto piano con l'intenzione di consegnarla e scusarsi. Aveva aperto la domestica che l'aveva introdotta in quel famoso salotto di cui tutti parlavano ma che nessuno aveva mai visto. Maria Luigia Marengo le aveva sorriso ed aveva insistito perchè si accomodasse ed accettasse un caffè. Anche questo ricordava bene! Era stato il primo di una lunga serie di terribili bevande marrone scuro, bollenti e dal gusto orribile.
Qualcosa l'aveva subito colpita, in quella donna minuta. Non sapeva bene cosa fosse. Forse, la signorilità, la serenità o, magari, la misteriosa forza che emanava dalla sua persona, forza fatta di saggezza, acume, voglia di vivere.
Fatto sta che, prima di andarsene, le aveva promesso che sarebbe tornata a trovarla la settimana successiva. Di giovedì, nel pomeriggio. E lo aveva fatto realmente. Per cinque anni, ogni settimana era salita al quarto piano per quell'ora di pace.
Così, aveva scoperto che la signora Marengo non era stramba. Era semplicemente una donna molto anziana che aveva fatto dela sua casa tutto il suo mondo. Ma non per questo, aveva rinunziato ad informarsi su quanto capitava nel mondo più vasto, quello esterno alla sua vita. Il problema era, glielo aveva spiegato lei stessa, che il mondo coreva troppo in fretta e lei, coi suoi novant'anni, non riusciva più a seguirlo.
"Vede, mia cara! Viaggiamo a due velocità diverse, il mondo ed io. Lui non si ferma mai ed io... io, invece, ho capito che ogni tanto ci vuole una pausa. Bisogna ogni tanto, fermarsi, prendere fiato, guardarsi intorno per essere sicuri di non aver perso qualcosa. O qualcuno. Non tutti sono cavalli da corsa. Nella vita ci sono anche i cavalli da tiro."
Era nata così, quella sorta di amicizia. In modo semplice. Una volenterosa intenzione di scusarsi ed un sorriso cordiale. Così era continuata, tra un caffè, quattro chiacchiere e la scoperta di un mondo nuovo. Non un mondo qualunque, del passato o del presente, ma un piccolo universo fatto di sogni, ricordi, desideri. Di quel charleston sempre in sottofondo, come un respiro. Come se le stesse stanze ne fossero impregnate.
Ricordava anche i tre libri aperti sul tavolino, il lavoro a maglia in un cesto, una tovaglia di lino ricamata a metà imprigionata in un telaio antico. Solo col tempo aveva trovato il coraggio di chiederle una spiegazione. La signora Marengo le aveva sorriso, rispondendole.
"Vede, mia cara, bisogna sempre avere qualcosa da fare. Così, quando quella brutta signora vestita di nero... sa! Quella con la falce, la grande mietitrice di vite... quella che incomincia a sorridere dal momento della nostra nascita perchè sa che non potremo mai sfuggirle... Beh! Quando arriva bisogna poterle dire non posso ancora venire. Devo finire questo lavoro, continuare quella lettura."
Aveva fatto una pausa per sorseggiare il caffè poi aveva ripreso. "E' per questo che ho sempre tanti lavori incominciati! Appena finisco un libro ne inizio un altro e così per il ricamo o il lavoro a maglia. E' il mio tentativo di ingannare la morte!" aveva concluso con un sorriso ed un'alzata di spalle.
Ricordava che un pomeriggio, appena entrata in salotto aveva notato un pacchetto di sigarette ed un accendino sul tavolino accanto ai libri. Quando le aveva chiesto a cosa le servissero, la donna le aveva risposto che il padre non le aveva mai permesso di fumare perchè era una fanciulla ed il marito perchè aveva sempre considerato sconveniente che una donna lo facesse.
"Non so cosa significa fumare nè se ho perso qualcosa di particolarmente piacevole. Voglio scoprirlo, prima di andarmene."
A quel punto, anche lei aveva pensato che fosse stramba. Che senso aveva iniziare a fumare a novant'anni? Che significava avere sempre tanti libri iniziati? Perchè quell'interminabile tovaglia sul telaio?
Rimescolò il tè ormai freddo. Improvvisamente comprese. Di colpo, le fu chiaro quello che il giovedì della settimana precedente le era rimasto oscuro. Quando era entrata in salotto, aveva subito notato che sul tavolino c'erano soltanto più due libri ed il pacchetto delle sigarette era a metà.
"Ho finito anche la sciarpa di lana... Sono stanca... Credo di aver bisogno di un po' di riposo..."
Stupidamente le aveva suggerito di non preoccuparsi. Capita a tutti di essere stanchi. Poi aveva tirato fuori la cretinata del cambiamento di stagione. L'arrivo della primavera...
"O dell'inverno?" l'aveva corretta Maria Luigia Marengo.
Si sentiva un'idiota! La vecchia signora aveva sentito l'avvicinarsi di quell'inverno interminabile che si chiama morte, quello che porta il riposo dell'immobilità senza fine. Come aveva fatto a non capirlo? Sarebbe stato così semplice se solo... Se solo si fosse fermata un attimo. Se non avesse dovuto dividersi tra le corse per portare i figli a scuola, andarli a prendere, fare la spesa, guardare la casa.
"Ogni tanto una pausa ci vuole!" le aveva detto un giorno l'anziana donna.
Decise così sui due piedi. I figli uscivano da scuola l'ora successiva e questo significava che aveva un'ora libera. Sessanta minuti per sè. Si alzò, scelse un libro dalla libreria e si allungò sul divano a leggere.
Ne aveva già un altro iniziato. Non importava.
Myrtilla

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