martedì 29 gennaio 2013

Margaret


Era il 1996. Era estate. Al massimo primavera inoltrata. Avevo dovuto frequentare mio malgrado un reparto di terapia oncologica per lungo tempo e avevo incontrato molte persone simpatiche, intelligenti, con tanta voglia di lottare. Quando facevamo la terapia, seduti su quelle poltrone con alle spalle un tavolino pieno di flaconi e flaconcini di liquidi vari e colorati (uno dei miei era blu notte e gelido in vena), tutti personalizzati ed etichettati con nome cognome ora e data della seduta di “bellezza”, chiacchieravamo del più e del meno. Figli, animali, orto... secondo la persona che incrociavamo nel nostro comune destino. C'era una professoressa in pensione (mi pare avesse insegnato matematica ma non lo giuro) e con lei si parlava di ragazzi e di scuola. Un signore toscano dotato della classica arguzia tipica di quella regione e con lui si parlava di orto, alberi da frutta, cani. Ricordo che mi aveva dato la ricetta della ribollita e si lamentava sempre che sua moglie non era capace a farla bene... non home la faceva mi mamma.... diceva sempre. Poi guardava la moglie che si fingeva offesa, guardava me e mi faceva l'occhiolino. C'era un signore che prima ancora che l'infermiera si avvicinasse a lui, cominciava a dire ahia mi fai male.... e rideva. Rideva soprattutto quando Lorena, l'infermiera lo minacciava... se non stai bravo te lo faccio nella lingua così poi non parli più....
Il momento era grave per tutti. Era brutto. Ma con compagni di sventura così le due ore e mezza che dovevo passare seduta in poltrona trascorrevano abbastanza veloci. Sembrava quasi che la terapia desse meno fastidio. E il libro che avevo sempre in borsa, l'ho letto a casa mia. Non là.
Tra gli altri, ricordo con simpatia e rimpianto una signora con qualche anno più di me. Quaranta , forse, o giù di lì. Alta, non grassa ma ben tornita, capelli corti, neri con parecchi fili bianchi in mezzo. Margaret. Il cognome non l'ho mai saputo ma tutti la chiamavano così perchè era impronunciabile. Era sudafricana. Di Città del Capo, mi pare e con genitori e nonni di varie parti dell'Europa. Era una persona gentilissima, di una profonda cultura ed umanità. Oltre alla sua lingua madre e all'italiano parlava inglese francese, olandese.
All'inizio, quando sopportava male la prima terapia che poi hanno dovuto sostituire, non parlava. Si limitava ad ascoltare. Capivi dalle espressioni del suo volto cosa ne pensava di quello che dicevamo. Poi, poco per volta, con la terapia nuova soffriva meno e quindi aveva iniziato a discorrere con noi. Ricordo che mi aveva detto di avere due bambine in età da scuola elementare. Mi aveva detto che l'anno precedente era tornata con loro in Sudafrica. Che come compito diciamo delle vacanze, le maestre avevano detto loro di tenere un diario di questo mese dove descrivere la nazione, la città, gli usi locali e tutto quello che veniva loro in mente.
Da mamma, mi aveva detto orgogliosamente che le bambine, o forse solo la più alta, non ricordo più ma non è poi così importante, avevano riempito diversi quaderni e avevano parlato di tutto. Dalla geografia alla storia dello stato, dall'apartheid alle fabbriche di diamanti, dalle cose belle a quelle orribili. Ricordo l'espressione soddisfatta e felice di Margaret mentre mi raccontava queste cose. L'orgoglio di madre nei suoi occhi.
Beh! A distanza di quasi diciassette anni, anni in cui non ho più avuto sue notizie come d'altronde non le ho più avute degli altri, qualche giorno fa ho saputo che Margaret non c'è più. Che se ne è andata tanti anni fa. Che è partita per un paese che non è il suo ma che è di tutti. Margaret non ce l'ha fatta a vincere la sua battaglia. Mi dispiace! Mi ha addolorato veramente questa notizia. Non eravamo amiche nel vero senso della parola. Eravamo compagne di sventura e di avvelenamento, come dicevo io. Siamo state compagne di chiacchiere in quelle due ore e mezza in cui avevamo il flebo nel braccio. Ci raccontavamo dei problemi avuti dopo la teraia precedente... di cosa ci aveva detto il medico.... di come ci sentivamo...Con lei ho conosciuto una persona incredibile, piena di forza e volontà. Ho avuto contatti con un mondo che non conoscevo. Ci siamo fatte compagnia.
Ciao Margaret, un saluto ed un ricordo

2 commenti:

  1. Ho anch'io esperienza di questi stanzoni con tante poltrone e annessi bastoni per flebo....accompagnavo mio papà a fare periodiche trasfusioni. So bene quali rapporti si creano tra "vicini di poltrona".Ricordo le loro storie e i loro visi, ma non so più quale sia stata la loro sorte.Il mio babbo non ce l'ha fatta e non so più nulla di loro, ma a tutte le Margaret del mondo va il mio pensiero più amoroso!!!!! OZ

    RispondiElimina
  2. Anche se ci si promette di vedersi nei periodi successivi alla terapia, non si farà quasi mai. Si chiuderà un periodo nero con la speranza di iniziarne un altro migliore e di non dover più frequentare certi ambienti.
    Purtroppo, anche se la ricerca ha fatto grandi passi avanti, di Margaret ce ne sono ancora tante e tanti. Troppi. E ce ne saranno sempre perchè pur con le nuove tecnologie e cure, anche il male cambia, si rinnova e cosa serve oggi non è detto che serva domani.

    RispondiElimina