mercoledì 10 aprile 2013

Una bella festa


Da cinque anni, il giorno della Madonna del Carmelo il paese ritornava vestito a festa. Su tutte le case, quelle in centro che costeggiavano la strada comunale che tagliava in due il paese e conduceva in quello successivo e quelle a monte e a valle che se ne stavano abbarbicate alla montagna come ragni in pietra, spiccavano coccarde azzurre e bianche. Di carta, di stoffa, all'uncinetto. Grandi e piccole. Tutte più o meno rotonde, con gale che pendevano  e l'immagine della Vergine al centro.

E tutti gli abitanti, lavoravano incessantemente perchè la festa fosse migliore di quella precedente. Non sempre ci riuscivano, forse, ma a loro pareva di sì. E questo bastava.

Negli anni precedenti agli ultimi cinque, si era semplicemente tenuta una festività religiosa con una messa solenne e con la processione nella quale la statua della Madonna percorreva le stradine del paese sulle spalle di robusti giovanotti.
Il loro vecchio parroco non aveva mai accettato l'idea di una simile festa. Era una cosa pagana. Cosa c'entrava con la Vergine del Carmelo? La Terra Madre... il falò finale,.... niente di religioso, solo profano. A volte gli abitanti del paese avevano avuto l'impressione che addirittura lo considerasse blasfemo.

Si era arrabbiati e avevano a lungo brontolato chiusi tra le mura domestiche ma avevano accettato la sua decisione. Come se il potere della Chiesa potesse punire chi contravveniva in quella maniere alle sue regole. Anche per simili sciocchezze. 
A lungo andare però i giovani avevano niiziato a tagliare dalle funzioni domenicali come i bambini da scuola e gli anziani ci andavano solo per abitudine.

Poi, un giorno, il vecchio parroco andò in pensione e ne arrivò uno nuovo.

Arrivò don Celestino. Giovane ma vecchio di aspetto, voce rassicurante, l'eterno sorriso ed una disponibilità che avevano dimenticato. Tra lui e la gente corse subito buon sangue e così, decisero di parlargli della loro festa. In fondo si trattava solo di ringraziare Madre Terra per i frutti dei campi, per il bel tempo e la prosperità che entrambi comportavano. Niente di male. Era un antico rituale di cui non sapevano nemmeno più la provenienza ma faceva parte delle loro radici storiche e culturali. Già i nonni dei più vecchi partecipavano a quella festa.

Don Celestino accolse il gruppetto di anziani che era andato a parlargli. Li ascoltò serio e cercò di capire perchè la festa era stata sospesa. Almeno... voleva sentire la loro versione perchè quella del suo predecessore la conosceva già. E sapeva pure quanto gli era costato in termini di partecipazione ai Sacramenti il suo rifiuto.

Come era suo solito, e come avrebbero capito nelle tante volte in cui si sarebbero rivolti a lui per qualsiasi cosa, dopo averli ascoltati iniziò a passeggiare per la cucina della canonica a grandi passi, avanti e indietro, pensieroso. Fin quando un sorriso gli si allargò sul volto segnato. Pareva quasi un don Camillo però meno burbero.

Beh, certo che don Martino tutti i torti non li aveva a non volerla. In fondo sa tanto di rito pagano... di sacrificio umano.. lo so, lo so! Il fantoccio che bruciate è di paglia ma comunque una volta probabilmente non lo era.... era una persona in carne ossa. E viva.... E poi la Madre Terra... noi sappiamo che non siamo figli della terra ma di Dio. Dal suo punto di vista, aveva ragione, non c'è che dire. Ma... ma se guardiamo le cose in maniera un po' diversa, diciamo che se  invece di guardarla da valle verso monte la guardiamo da monte verso valle... forse.... forse possiamo trovare una soluzione.”

Chiese loro un po' di tempo per pensarci e li  congedò. La sera dopo li  riunì spiegando che guardando le cose da monte a valle...sì, una soluzione c'era. Anche evidente.

Allora, se Dio è nostro padre chi è nostra madre? La Madonna.... E cosa fa una madre oltre a pregare per i suoi figli? Oltre a proteggerli? Provvede al loro sostentamento. Li sfama. Li coccola. Quindi.. quindi non è possibile che la Madre Terra e la Madonna siano lo stesso spirito? Un tutt'uno? La terra se la lavoriamo non ci sfama? Non ci dà i prodotti che ci servono? Se guardiamo la cosa da questo punto di vista tutto quadra. Entrambe vanno amate e rispettate. Entrambe provvedono a noi” e si era guardato intorno col suo sorriso serafico. “ Penso proprio che la festa si possa fare. Magari però, che ne dite di cambiarle nome? Potreste chiamarla la festa della Madonna della terra. E poi, vi dispiacerebbe se partecipassi anch'io? Prima di dare fuoco al fantoccio io arriverei con il turibolo e benedirei lui e voi. Che ne dite?”

Naturalmente, tutti quanti furono entusiasti dell'idea e subito iniziarono i preparativi. Gli anziani del paese, prima di mietere il grano, scelsero le spighe più belle e ne fecero un mazzo che poi appesero in casa, vicino al focolare perchè seccasse. Le donne iniziarono a scegliere abiti vecchi per il fantoccio. Altre li sistemarono. Gli uomini dopo la mietitura raccolsero la paglia per l'imbottitura e la misero da parte. Ogni famiglia preparò la sua fascina personale.  
Il giorno prima della festa, ognuno  portò la sua manciata di paglia sulla piazza della chiesa dove due uomini sorteggiati dal parroco imbottirono il fantoccio che poi disposero su un carro.

Il sedici di luglio, finalmente, la grande festa ebbe inizio. Tutti si ritrovarono in chiesa dove don Celestino celebrò una messa come mai nessuno aveva fatto in paese e poi partirono per lo spiazzo sotto alla Roccia della Madonna, chiamata così perchè con una certa luce pareva che un volto femminile fosse disegnato sulla pietra, dove si ergeva già il palo al quale il fantoccio sarebbe stato legato.

Davanti, il carro con la vittima sacrificale, dietro gli anziani, uomini e donne, e poi i giovani. Tutti  vestiti con i vecchissimi abit da lavoro dei loro progenitori, pantaloni di fustagno logoro e rattoppato, zoccoli di legno, fazzoletto legato intorno al collo, cappello di paglia che solo a toccarlo si disfaceva. Per ultimi,   a chiudere la fila, il parroco con tutti i bambini del paese a far da chierichetti. Maschi e femminucce, indifferentemente.

Giunti sotto alla Roccia, il fantoccio fu tirato gù dal carro e sistemato al suo posto. Gli anziani, uno per uno, si diressero verso il parroco e fecero benedire il loro fascio di spighe di grano che avevano tenuto stretto in pugno fino a quel momento e poi, con ordine, andarono a depositarlo sopra alla catasta già pronta per ardere. Quanto anche l'ultimo nonno compì il suo dovere, Don Celestino recitò il rosario a ringraziamento della buona annata con la preghiera che anche quella successiva lo fosse altrettanto e benedisse tutti i presenti.

Poi, l'onore toccò a Saverio, il più vecchio del paese. Traballante, sorretto dal figlio maggiore, si avvicinò al falò, accese un fiammifero e gli diede fuoco.
Tra urla e risate e lacrime, solo allora, si capì quale sarebbe stata negli anni a venire, la più bella festa del paese di San Lorenzo.

Nessun commento:

Posta un commento