sabato 25 maggio 2013

Una cucina color zafferano

La cucina color zafferano di Yasmin Crowther (2006, edito da Guanda) è una storia di disarmante tragicità. Parla di un mondo in cui l'annientamento dell'universo femminile passa attraverso umiliazioni indegne di essere compiute e subite da un essere umano; attraverso isolamento, privazioni di libertà, scarsa o totale mancanza di istruzione, lavori pesanti. E' una storia di dolorose ferite fisiche e psicologiche perpetrate ai danni di una ragazzina quale rappresentante universale del genere femminile e proprio da chi avrebbe dovuto proteggerla e rassicurarla. Una ragazzina "stuprata" dall'ignoranza e dalla grettezza di un padre potente e importante, schiavo di tradizioni e doveri, il quale ritiene che ".....essere amato significa essere temuto.....".
Queste ferite, umilianti nello spirito come nel corpo, che fanno sentire Maryam sporca, continueranno a sanguinare in lei come coltellate infette. Per tutto l'arco della sua vita la tormenteranno interiormente sfociando in scoppi d'ira e di lacrime alternati a profondi scoramenti e vergogna. E questo nonostante il suo allontanamento forzato dalla famiglia d'origine, dall'esclusione totale dalla stirpe dei Mazar ("Tu non sei più mia figlia!"); nonostante la libertà guadagnata anche se a caro prezzo. Nemmeno con l'arrivo a Londra che le dà la possibilità di un bel matrimonio e di una vita serena con l'uomo che la ama al di là dei suoi segreti più intimi e mai svelati, nemmeno con la nascita di una figlia che sta per farla diventare nonna, Maryam trova pace. Maryam è una donna senza pace. Una donna combattuta tra l'essere ancora iraniana in fondo al suo cuore e il non essere mai divenuta inglese. Amore e rispetto della nuova famiglia non leniscono i suoi dolori intimi. L'integrazione con il nuovo mondo non avviene. I ricordi la tengono ingabbiata in un chador di sofferenza e questa sofferenza incrina i rapporti con la figlia.
Solo quando troverà la forza di affrontare i fantasmi del suo passato ritornando alle sue origini, riuscirà a trovare un po' di pace. A trovare se stessa. A riallacciare da persona adulta e matura il legame indissolubile con Sara, la figlia. Ma si troverà di fronte ad una scelta. Maryam è comunque ben conscia che la sua scelta di libertà procurerà dolore a qualcuno. Se sceglierà di resterà in Iran, a Mazareh, soffriranno Edward il marito col quale ha condiviso tanti anni di vita in comune e Sara. Se deciderà di tornare a Londra soffrirà Alì, il suo vecchio amore, mai dimenticato e finalmente ritrovato. Comunque vada, qualunque scelta Maryam compia, sa che procurerà dolore. Come se fosse il suo destino. La sua voglia di vivere al di là delle convenzioni familiari e religiose ha sempre portato sofferenza. Anche se tutto quanto è nato per espiare un peccato mai commesso. Un accusa di aver disonorato la famiglia
E' però ben consapevole che restando a Mazareh, in quella piana silenziosa color zafferano, circondata da montagne grigie e color lavanda, immersa in un paesaggio dalla bellezza ruvida e mozzafiato, almeno ritroverà quella Maryam ragazzina che aveva smarrito tanti anni prima. Che ritroverà quella parte di se stessa che credeva morta e sepolta.
Bellissimo!

4 commenti:

  1. Ho letto altri libri di scrittrici iraniane e l'ho sempre trovati interessantissimi, struggenti ed illuminanti per chi come me ha solo una visione da occidentale della condizione femminile in quei paesi. Acquisterò sicuramente anche questo, grazie ancora una volta Myrtila!

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  2. Hai ragione. Leggere libri scritti da donne arabe è come entrare in un mondo sconosciuto. Anche se ne abbiamo sentito parlare da radio e tv, il racconto che queste donne fanno della loro vita è toccante e doloroso. Noi occidentali, abituate ad entrare di forza nella vita di tutti i giorni perchè altrimenti i risultati sono sovente pari a zero, nel loro mondo ci muoviamo in punta di piedi. Quasi incapaci di avvertire di primo acchito tutto il dolore che esse provano per le umiliazioni e i soprusi. E' questione di poco però, perchè presto ci troviamo immerse anche noi in situazioni a cui non siamo più abituate, dimenticando che fino all'inizio e alla metà secolo scorso anche da noi le donne erano trattate così. Non venivano lapidate per adulterio magari ma solo non fisicamente perchè psicologicamente venivano additate come poco di buono, come rovinafamiglie. E isolate.

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  3. E i tempi che stiamo vivendo ci "regalano" nuove aberranti violenze sulle donne.La civiltà che fine ha fatto? Stiamo tornando indietro?

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  4. C'è da sperare di no. Purtroppo però,gli avvenimenti quasi quotidiani mi fanno temere di sì. Non so se il maschio è diventato più fragile, se teme di perdere di importanza, di potere, di virilità a causa delle donne che stanno avendo successo, che diventano più forti, ma mi sembra che per tanti di loro la violenza sia come un voler ripristinare l'ordine "naturale" delle cose.
    Non serve essere talebani per essere estremisti

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