sabato 5 ottobre 2013

L'artista


Appoggiò la vecchia bicicletta sgangherata vicino al cancello pensando ai chilometri macinati seduto su quel sellino, alle spinte impresse a quei pedali arrugginiti col bagaglio appresso. Sempre in giro per la regione. A volte, con puntate all'estero come chiamava le uscite nella vicina Lombardia.
Era il suo lavoro che lo portava in giro così. Fiere e feste patronali in una zona ampia centinaia di chilometri, partendo dalle Alpi Marittime a sud per arrivare fino alle Graie a Nord, attaversando paesi grossi come uno sputo che non erano nemmeno segnati sulle carte geografiche. D'altronde era un artista di strada. Andava dove la musica delle feste lo chiamava, dove la gente voleva divertirsi con poco. Dove voleva ridere di quella sorta di pagliaccio coi baffoni all'insù e i pantaloni a righe bianche e rosse, gli occhi cerchiati da una riga nera spessa tre dita. Quel pagliaccio che se si avvicinava ad un bambino lo faceva piangere e se invece andava su un monociclo con una ruota enorme oppure camminava sui trampoli lo affascinava. Anche quando faceva il funambolo a due metri d'altezza o il giocoliere con le le lattine vuote lo affascinava. A bocca aperta lo osservava. Bastava solo che non si avvicinasse. Per questo, alla fine di ogni spettacolo che poteva durava mezz'ora o due ore, dipendeva dal pubblico, mandava lei a ritirare le offerte.
Lei! Il suo gande amore! Una biondina piccina e tornita con gambe stupende che scendevano da una minigonna verde. Peccato che fossero un po' rigide... Il sorriso accattivante, lo sguardo birichino ed enigmatico. Fisso.
Si erano conosciuti durante un viaggio nel deserto del Negev, entrambi raminghi, senza legami di sorta, menefreghisti al massimo. Un mese di libertà assoluta in un luogo inospitale che per lui era però il paradiso in terra. Quanti spettacoli! Poche offerte magari ma lo stupore degli spettatori era la sua ricompensa. Quello e una  tazza di latte caldo di mungitura.
Lui e lei! Si era innamorato subito. Troppe cose in comune. Troppi punti di contatto. Poi, avevano diviso la fame e la sete, cumuli di erbacce secche per dormire. E lei non si era mai lamentata. A dire la verità non parlava mai. La cosa più preziosa, il suo silenzio! Così, quando aveva finito i soldi, erano tornati a piedi, a cavallo di asino, con l'autostop. Lui aveva ripreso la vita di sempre e lei lo aveva accompagnato. Silenziosa.
Il suo unico pensiero era averla vicina tutti i giorni. Giorno dopo giorno, mese dopo mese. Pensiero... chiodo fisso! Meglio definirlo così! Ma le cose erano cambiate. Dopo tanto girovagare per la regione, un bel giorno lei si era stufata di quella vita. Non glielo aveva detto ma lui lo aveva capito. I suoi occhi... i suoi sguardi puntavano verso un infinito che solo lei vedeva. I suoi movimenti.. tutto era cambiato. Aveva capito che non sarebbe più tornato niente come prima. Che il suo sogno era finito. Che lo aveva già abbandonato pur restando ancora lì. Così aveva preso la decisione. Quella notte, dopo lo spettacolo, le era arrivato alle spalle e con un colpo deciso le aveva rotto il collo. L'aveva infilata in un sacco e con la bicicletta aveva raggiunto un piccolo cimitero abbandonato qualche chilometro più in là.
Ora era davanti al vecchio portone arrugginito che cigolò alla sua spinta con un lungo tetro lamento. Entrò. Vide una cripta semidiroccata sul fondo. Quattro scalini, un cancelletto e dopo l'eternità.
Scendendo nella cripta, il sacco sulle spalle, non si accorse che da un buco sul fondo erano usciti alcuni ingranaggi della bambola rotta.

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