sabato 30 novembre 2013

Soledad


Mi chiamo Soledad e sono italiana nonostante il nome. Non è il mio nome vero ma è quello che mi sono scelta io. Quando? Perchè? Molto semplice. L'ho fatto quando ho capito che sono stufa di questa vita, di questa città. Del mondo. Di tutto.
Sono nata e vivo in una cittadina capoluogo di provincia. Anonima, frenetica e al tempo stesso sonnolenta. Anonima perchè quasi nessuno su tutto il globo, sa che esiste, esclusi naturalmente i suoi cittadini. Frenetica perchè anche qui, come in tutto il resto del mondo, ci si agita, ci si arrabbia e si corre sempre. Per andare dove, però, non si sa. Lavoro non c'è. E' sparito peggio ancora che da altre parti con l'esplosione della crisi economica. La vita sociale, per quanto progettata e tentata da buone e generose anime assessorili, langue per dieci mesi all'anno. Nei restanti due qualcosa si muove nelle varie fiere o nell'unica notte bianca. Altro non c'è. Ed ecco l'uso appropriato dell'aggettivo sonnolenta. Questa è una città adagiata nell'arcaico dualismo tanto affannarsi per tirare a campare e poco per divertirsi. Questa razza di antichi contadini e montanari divenuti quasi sempre giocoforza, poche volte per libera scelta, cittadini, non ha mai perduto l'abitudine alla vita faticosa, fatta di lavoro e sudore, troppo sfiniti per aver ancora voglia di rallegrarsi le serate. Aggiungendo poi la diffidenza nei confronti dei nuovi concittadini, sia italiani che stranieri, la paura, la scarsità di soldi, l'innata riservatezza locale, ecco che l'operazione matematica è conclusa. E il risultato è zero. Zero voglia di divertirsi. Al massimo, una passeggiata ed un gelato, o una pizza con la famiglia o pochissimi amici.
Almeno per quelli della mia generazione e per quelle precedenti o subito posteriori. Solo i giovanissimi, vivono la loro vita diversamente. Ma, non si possono fare paragoni. Il divario generazionale è troppo profondo per essere sondato. E' quasi come se vivessimo, noi "vecchietti" e loro in due dimensioni diverse, parallele ed inavvicinabili.
Ecco perchè ho scelto Soledad come nome. In spagnolo significa solitudine ed è in questa che io mi sento immersa. Mi avvolge come un bozzolo spesso da baco da seta. Mi rende uguale a tutti quanti gli altri, ognuno circondato da persone eppure solitario in fondo all'anima. Ma io non lo sopporto più. Voglio scappare. Voglio bucare questa mia prigione e volare via. Voglio arrampicarmi su un albero; penetrare la sua corteccia; percorrerne il tronco dalla sommità fino alle radici..... Voglio perdermi in quel labirinto di radici e radichette e peli radicali fino a sciogliermi nel terreno.... fino a far parte di qualcosa di più grande di me.... di un qualcosa universale ed eterno che avrà vita fino a che l'universo intero esalerà l'ultimo respiro.... di qualcosa che, pur nella sua vastità imperscrutabile, ha la solidità di un'unica sostanza compatta e coesa....
Ecco perchè mi trovo qui, in stazione. Stringo tra le dita un biglietto. Dove mi porterà? Non lo so! Ho solo chiesto un biglietto per il primo treno in partenza. Da qualche parte arriverò. E sarà sempre meglio di qui. Anche solo per una giornata.
Almeno..... spero...

Myrtilla

4 commenti:

  1. Un proverbio dice che il peggio non è mai morto. Mi auguro che le tante Soledad non arrivino in una metropoli dove la solitudine e l'anonimato prende quasi alla gola!

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  2. Un altro recita che chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che perde ma non sa quel che trova. Muoversi è un modo per crescere, non solo per conoscere. Non essendo oggetti inanimati, abbiamo la necessità di scoprire, curiosare, imparare. Anche se a volte tutto questo porta ferite.

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