venerdì 5 febbraio 2016

Le campane di San Gaudenzio

Dall'alto della collina, osservava la sera lasciare velocemente il posto alla notte.
A fondovalle, oltre i campi, la strada provinciale. A quell'ora mentre fumava l'ultima sigaretta si divertiva a contare le rare auto che passavano, visibili ormai soltanto per le luci dei fanali.
Una.. due.. tre... tutte verso  nord. Tre auto in trenta  minuti. Nessuna in senso opposto. Tutto normale. Erano i suoi vicini che tornavano dal lavoro. Tra poco avrebbero svoltato a destra su quella stradina in salita, piena di tornanti. Avrebbero attraversato il bosco di acacie, passato il ponte su quel rio, il Maggione, praticamente in secca per  360 giorni l'anno, e poco oltre ognuno di loro si sarebbe fermato nel proprio cortile. Bianchi prima, poi Romoli e infine il Gianni.
Una normalissima serata invernale.
Alzò lo sguardo di fronte a sè. Sulla collina opposta che nera si mescolava al nero della notte per nascondersi.
D'improvviso le sentì. Proprio da quella collina, le campane della chiesa sconsacrata di San Gaudenzio suonarono.
Rabbrividì. Sapeva che la chiesetta medievale era chiusa da anni. Abbandonata a se stessa e ai rovi che ne erano diventati padroni.
Conosceva però anche la vecchissima leggenda che la riguardava. Parlava di quel pio santo che faceva da sentinella alle vallate intorno.
Anche morto, non se ne era mai andato da quella sua chiesetta. La sua anima abitava ancora lì per controllare chi arrivava come un soldato dalla sua postazione controlla la terra di nessuno.
Dicevano che suonasse soltanto quando le forze del male si risvegliavano e cercavano anime da portar nel loro mondo oscuro.
Un nuovo brivido la scosse. Ma c'era qualcuno nell'aldilà? Arrivavano davveroin cerca di adepti?  O prede?
Non sapeva! Ma leggenda o no, era meglio rientrare come consigliavano i vecchi del paese. Chiudere a   chiave le porte e mettere sulla soglia interna un paio di forbici aperte a croce.
Salutò il vecchio cane nero e tornò in casa.
Poco dopo, colpi secchi e forti, un che di metallico in loro. Sentì guaire il cane Poi, silenzio. Si domandò come mai non se lo era portato in casa con sè.

Il mattino seguente aprendo la porta scorse strane orme caprine sul terreno del cortile, duro per il gelo. Un'impronta bianca di mano sul battente. Il cane rintanato in fondo alla cuccia, tremante. Completamente incanutito .
Myrtilla

12 commenti:

  1. Un horror vecchio stile. Ottima atmosfera :)

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    1. Grazie Ivano.
      Un raccontino scritto ricordando le vecchie storie di masche che mi raccontava mia nonna. La mano bianca sulla porta, i rumori, i colpi... se leggi Fabrizio Borgio "Arcane le colline" ritrovi queste masche e le loro cattiverie e crudeltà. Uguali uguali a come le raccontava mia nonna.









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    2. Interessante che ci siano dentro i ricordi sulle masche! :O E bello il racconto, ottima atmosfera sì!

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    3. Già! Tradizione contadina piemontese trasmessa oralmente.
      Il bello era che a noi bambini qqueste storie piacevano da morire anche se da morire aveva anche la fifa ahahahahh
      Grazie Glò

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  2. Cara Patricia, cosa si può fare!!!
    Solo avere tanta pazienza...
    Tomaso

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    1. Eh, sì Tomaso! Tanta ce ne vuole.
      BAcio!

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  3. uaoooooo che brividi ... toh mi è spuntato un capello bianco ......;))
    brava da rabbrividire ....

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    1. Uno solo???? Ne vuoi un po'?????
      ahhahhahhahah

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  4. Complimenti per il racconto.
    Serena notte.

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  5. Affascinante!
    Quando ero piccola mi piacevano tanto le "storie di paura", ma poi la sera...non volevo più andare a letto!
    Buon fine settimana
    Carmen

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    1. Anche a me! Poi andare a dormire era una tragedia... ahahah.
      Ricordo che nella stanza che dividevo con mia nonna c'era un angolo buio come è anche normale in fondo.
      Beh... io non riuscivo a voltare le spalle a quell'angolo buio.
      Chissà cosa poteva uscire da quell'oscurità... ahhahahaha

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