martedì 1 novembre 2016

INSIEME RACCONTIAMO 14 RIEPILOGO






        INSIEME RACCONTIAMO 14
                     RIEPILOGO

Eccoci al primo di novembre. Lo so che oggi è la festa dei Defunti ma non potevo mancare all'appuntamento mensile di INSIEME RACCONTIAMO RIEPILOGO.

Come sempre siete stati favolosi!
Ci sono finali corti, lunghi, fantasy, di vita e molto d'altro. Ognuno di loro bellissimo! 
Perchè? Perchè in ogni racconto si sente la personalità dell'autore, il suo modo di essere e concepire la scrittura e la vita.

Grazie a tutti!


Il mio incipit

 
Seduta ai margini del bosco sotto alla vecchia quercia spoglia rimuginava. Un peso le gravava sulla coscienza. Forse era giunta l’ora di liberarsene ma con chi parlarne? A chi rivolgersi? Chi avrebbe capito?
D’un tratto il tappeto di foglie ingiallite dall’autunno scricchiolò vicino a lei. Si voltò.



             I vostri finali in ordine d'arrivo.




 
Si chiedeva come avesse potuto farlo, come avesse potuto assecondare quella pretesa assurda espressa in nome dell'amore senza accoirgersi dell'evidente ricatto che nulla aveva a che fare con l'amore.
Avrebba rimediato senza frapporre indugi .
Fu in quel momento che avvertì il leggero fruscio delle foglie e si voltò : eccolo lì, l'aveva ritrovata, e si presentava ad occhi bassi, come se fosse stato lui il colpevole, come volesse chiederle perdono.
Spalancò le braccia e lui le saltò in grembo trasmettendole quel senso di unione che li aveva sempre legati. Come aveva potuto commettere un'azione del genere, e tradire quel patto che soltanto con un cane si può stringere, in cambio di un amore fasullo ed egoista?


(in versione tenera tenera :))

Suo nonno camminava lentamente verso di lei. Era bello, luminoso, aveva il volto sereno.
"Non devi aver paura di questa situazione", le disse. "E' tutto finito. Stanno tutti bene, non devi preoccuparti."
Lei rigirò tra le mani quella scatoletta azzurra piena di fiammiferi. Tre giorni prima la sua casa era andata a fuoco. Aveva paura che i suoi famigliari fossero rimasti coinvolti nell'incendio.
"Ora andiamo," fece il nonno, porgendole la mano. "E' tutto finito, non è stata colpa tua, nessuno è arrabbiato con te."
La bambina afferrò la mano dell'amato nonno e con lui si incamminò verso la calda luce. Oltre la vecchia quercia, oltre il boschetto ingiallito dall'autunno. 



LUZ 



 
Non avrebbe saputo spiegare in seguito come fosse tornata a casa. Si ritrovò sull’uscio, col cappello calato sugli occhi e i guanti di lana grossa. Le scarpe erano sporche di fango. Avrebbe ricordato solo una forma scura e una mano che la afferrava risolutamente per riportarla indietro, a casa, e lasciarla lì prima di sparire nella bruma del bosco. Una volta sua nonna le aveva raccontato che la Coscienza assume sembianze umane e viene a trovarti per trascinarti al punto di partenza, che diventa l’approdo, la risposta. Il polso le faceva un po’ male, se lo massaggiò prima di aprire la porta. Dentro l’aria era tiepida e i suoi occhiali si appannarono. Si levò guanti e cappello e andò a sedersi accanto alla finestra, fissando un punto lontano oltre i vetri . Il sentiero coperto di foglie si perdeva fra gli alberi. La sera scese lentamente, mentre l’ultimo pezzo di legno del camino emise un debole crepitìo e il fuoco si spense. 






SCIARADA                                                                                                    

   
Un vigoroso lupo dai grandi occhi azzurri e dal folto pelo argentato che lo rendeva ancor più maestoso la stava fissando, mentre dalle felci, uno alla volta, sbucavano fuori gli altri componenti del branco; era circondata, ogni via di fuga era bloccata. Aveva camminato per giorni senza sosta e nonostante fosse esausta si alzò lentamente ponendo la mano sull'elsa, alzò lo sguardo per catturare gli ultimi raggi di sole della sua vita, sfoderò la spada e la puntò contro quel magnifico esemplare di maschio alfa che iniziò a ululare innescando un concerto che si diffuse per tutto il bosco, era il loro canto di guerra pensò, una guerra già vinta in partenza anche se non gli avrebbe reso le cose così semplici. All'improvviso il silenzio, erano pronti all'attacco, ma il lupo invece stese una zampa e chinò il capo, seguito subito dopo dai suoi compagni, le stavano facendo un inchino. Sbarrò gli occhi stupita, non capiva cosa stesse succedendo, si sentì avvolgere in un abbraccio che le levò il respiro e il suo lui le sussurrò dolcemente in un orecchio:- " Benvenuta amore mio. Hai mantenuto la promessa. Sei riuscita a tornare da me quando ormai ogni speranza era persa. Vieni ti presento i miei nuovi amici, sono loro ad avermi ululato che eri qui. "




 
... e c'era proprio lei, la persona a cui chiedere perdono. Si fece coraggio e, fra lacrime e parole, vuotò il sacco, fino in fondo.
Si ritrovarono abbracciati e lei si sentì leggera, come non lo era stata da tanto, tanto tempo.





                          L'immagine è: Bob Ross (1942-1995), The Old Oak Tree.



Il mio seguito breve (298 caratteri)




La sera prima aveva finito per addormentarsi subito e il suo fratellino, affidato alla sua custodia, ne aveva approfittato per sparire. Lo aveva cercato fino all’alba e ora eccolo davanti a lei come se nulla fosse successo. Si domandò se avesse più voglia di abbracciarlo o di prenderlo a schiaffi.




Il mio seguito lungo (300 parole)




Nulla. Sarà stato un animaletto del sottobosco, si disse, tirandosi in piedi. Ma era comunque servito a liberarla dal suo rimuginare. Guardò la vecchia quercia e ne accarezzò la consistenza rugosa così come avrebbe accarezzato il volto di un vecchio. E annuì in silenzio con la testa.
Nel frattempo si era anche alzato, a un passo da lei, lungo tutto il confine del bosco, un muro di nebbia. Ma dov’erano finiti gli alberi? si chiese. A parte la vecchia quercia sembravano tutti scomparsi. Poi fu il turno di un nuovo suono, ma di un genere che non ci si sarebbe aspettati di udire in quel posto: acqua smossa. La donna cercò allora di affondare il suo sguardo nella spessa cortina di vapori, ma vide solo, al centro di un chiarore madreperlaceo, un’ombra più scura i cui contorni rimandavano vagamente a una forma umana. Era sua sorella nascosta nella nebbia? O, meglio, quel che ne rimaneva? O era un emissario della sua vendetta?
L'ombra all’improvviso parlò e le sue parole, Sono qui per scaricarti del tuo peso, riecheggiarono nella mente della donna. E qualcosa di simile al bagliore di un lampo illuminò tutta la scena, ritagliandone i contorni come in un vecchio quadro fiammingo: in piedi su una specie di larga zattera, l’ombra teneva in mano un lungo bastone nodoso la cui estremità affondava in quello che sembrava un acquitrino. Non ci furono altre parole. La donna fu esortata a salire a bordo con un gesto imperioso a cui ubbidì senza nessun indugio, poi la zattera riprese a scivolare nella direzione da cui era venuta. E con lei si allontanò nella notte anche l’ultima eco dell’acqua smossa, mentre il sole nascente scacciava l’ultimo brandello di nebbia.
Ritrovarono quel giorno stesso il corpo della suicida, ciondolante da un ramo della vecchia quercia.









Era un gattino che faceva capolino fra le foglie. Lo raccolse e lo accarezzò, era molto piccolo, certamente si era staccato da poco dalla madre e girovagava vagabondo per il parco. Lei riprese a rimuginare nella sua mente la scena a cui aveva assistito qualche giorno prima..

Era il tardo pomeriggio di una giornata piovosa, faceva freddo sull’autobus, aveva lavorato tutto il giorno su quel maledetto computer. Guardò fuori dal finestrino, le insegne al neon dei negozi si specchiavano nelle pozzanghere.


 



L’autobus si fermò al semaforo, d’un tratto non volle credere ai propri occhi: Michele? Era proprio lui in compagnia di una bellissima donna che non aveva mai visto prima. Lui  con il braccio le cingeva la vita e con l’altra mano reggeva l’ombrello. Si fermarono davanti ad una macchina in sosta, lui le aprì lo sportello per farla salire e... non riuscì a vedere altro, il semaforo diede il via libera e l’autobus riprese la sua corsa.

Quella persona in compagnia di Michele non era certamente Laura, la sua fidanzata storica con cui stavano programmando il matrimonio, pensò. Laura non era un’amica per lei, l’aveva conosciuta ad una cena di amici in comune e in quell’occasione conobbe anche Michele.

Il dubbio le pervase la mente,  dirlo sommessamente a qualche amica o stare zitta per sempre? Non sapeva cosa fare, Laura le era sembrata molto simpatica, una bella ragazza ma non certamente di una bellezza disarmante come poteva essere“quell’altra.”.

Il gattino miagolava, era stato buono e si era lasciato accarezzare ma ora aveva certamente fame.

S’incamminò verso casa portando con sé il gattino sperando gradisse la compagnia degli altri due.



A Laura e Michele non pensò più, seppe dopo qualche mese che si erano sposati. Ebbe occasione di incontrarli di nuovo. Laura era felice lo si vedeva dai suoi occhi , forse è stato giusto così.






 
LA VIA DEL SOGNO



Era tornata a casa sua, ma non aveva pace. Fluttuante e impalpabile. Lo spirito tormentato di suo figlio impediva un vero ricongiungimento. L'accettazione. 
Di nuovo lo scricchiolio di foglie. La via dei canti si fece luce, il serpente arcobaleno apparve immenso. Era stato chiamato, invocato da quell'anima dolente in cerca di consolazione. Occhieggiando e muovendo il capo invita la donna a proseguire il viaggio. Kanmare, che attraversa le acque, viaggia in terre lontane, unisce uomo a uomo attraverso i sogni, ingoia i malvagi, canta di genti e civiltà perdute. I sogni che preesistono e persistono. L'essere umano che si fa terra, roccia, corso d'acqua, vento, pioggia, pozza, albero.
Arcobaleno.
Vita eterna.
Tempo circolare.

1980
Il bambino si sente precipitare, la caduta gli mozza il fiato. Ha paura. Vorrebbe svegliarsi. Sogna. È tutto così reale. Una mano lo afferra. Salda. Apre gli occhi e vede
sua madre. Non ode alcun suono ma vede. Percepisce il dolore di lei, il senso di colpa per averlo lasciato solo. Lo chiama. Senza parole. Solo alito di vento, colori. Chiarissimi.
Lui sta sognando, lei sta sognando. Sogno nel sogno.
Visioni.
Riconosce il luogo dove giace.
Può ritrovarla.
Finalmente pace.
Placare il suo spirito inquieto.
Apre gli occhi. Ansimante si guarda intorno. Ha immaginato di essere piccolo, un bimbo. Solo i fanciulli possono dar corpo ai sogni. 
Aveva lasciato gli Stati Uniti da circa un mese, la sua ossessione lo aveva portato sino in Australia. Era uno scienziato, ma questa volta si era affidato a ben altro.
Il suono del Didgeridoo è ossessivo, ripetitivo, modulato, vibrante. Ipnotico. Gli aborigeni che lo ospitano sorridono. Sanno. Anche loro hanno sognato.
L'uomo ha visto. Non ha nemmeno bisogno di cercare il punto sulla mappa. Sa esattamente dove andare per ritrovare il corpo di sua madre scomparsa durante una spedizione naturalistica trent'anni prima nei territori del nord. Uluru, "il grande masso" lo aspetta, il luogo dove il tempo non è tempo, dove la via del sogno è eternità, dove il passato e il presente si fondono.









Un piccolo Gnomo dalle orecchie a punta e dalla lunga barba bianca le si avvicinò.

"Alice sono arrivato e sono tutto orecchi!"

"La fai facile Thor sono io che non so da dove cominciare", rispose la bambina sorridendo allo gnomo.

"Vai a capire perché i grandi sono così complicati"

"Hanno tanti anni Alice, non è colpa loro, è il tempo che passa!"

"Hai ragione Thor. Facciamo così, ti racconterò una storia...



C'era una volta una porta con una strana serratura. Non serviva la chiave per aprirla, servivano parole.

Beh, la porta era magica ma non stupida. Non bisognava stare lì davanti a parlare a casaccio. Bisognava dire le parole giuste, che nascevano dal cuore. Solo con parole di questo tipo la porta si apriva e rivelava il segreto che celava.

Una sola persona era riuscita ad aprire quella porta: una bambina.

Non è importante sapere con quali parole era riuscita ad aprire la porta.
La cosa importante è sapere cosa ha trovato dall'altra parte.
La porta era un ponte di passaggio tra due mondi.
Il mondo fatato da una parte, il mondo reale dall'altra.
E il mondo reale Thor era molto, molto pauroso.
I colori erano scuri.
Il sole non illuminava.
I bambini non giocavano, ma facevano la guerra.
La bambina era atterrita e voleva tornare indietro.
Voleva richiudere la porta, cancellare le parole che l'avevano aperta, sprangare per sempre quella serratura e rimanere nel mondo di qua.
Era disperata e non sapeva come fare.
Non le rimaneva altro da fare che scappare e nascondersi sotto alla vecchia quercia.



La colonna sonora         

                                                                           


Sotto la spinta del vento, le foglie rotolavano nella sua direzione. La fanciulla si rannicchiò sull’enorme radice che fungeva da sedile, avendo cura di non toccare il suolo con i piedi. Eccole! Erano moltissime, e parevano sorgere da quel tappeto come evocate dal raggio di sole. Ognuna era abbigliata splendidamente di un vestito di raso giallo, ricamato di rame allo scollo e alle maniche, e irrorato da sfumature rosso sangue. Ciascun abito era diverso, pur possedendo tutti i colori del sole.
Lei però voleva continuare a indossare l’abito verde smeraldo. Aveva schernito le compagne per il loro decadimento: era giovane, lei, e piena di vigore. Poi, terrorizzata dai primi segni dell'inesorabile irraggiamento nell’abito, si era staccata di sua volontà e, aggrappandosi alle ali del vento, era giunta fino alla vecchia quercia. Ma anche il possente albero era spoglio. Era rimasta lì, da sola, afflitta dal senso di colpa per aver offeso le compagne, e spaventata dall’idea della morte.

“Il tuo abito diverrà giallo come il nostro. È inevitabile,” disse una voce. “Dobbiamo mescolarci alla terra,” aggiunse un’altra. “Ritorneremo dopo l’inverno,” la consolò una terza. E tutte presero a frusciare le vesti sotto la carezza del vento, come per invitarla a raggiungerle. Ma la fanciulla disse ancora no più volte, fino a quando le donne svanirono e il tappeto di foglie giacque, inerte. Venne l’inverno, e la giovane foglia verde perse i suoi colori, divenne gialla e avvizzita come le sorelle. Si distese sopra la radice, cadde, scivolò nel sonno e, immemore, ritornò nel grembo della terra.

Si risvegliò sul ramo dell’albero, senza sapere come vi fosse finita. Il sole squillava nel cielo. Guardò verso il basso, stupefatta: aveva di nuovo l’abito verde smeraldo. Accanto a lei, anche le sue sorelle frusciavano nel vento del bosco, nella loro eterna, rinnovata giovinezza.

 
                                             Serenità (o Il bosco sacro) 
                                                  di Henri Martin (1899)








 

Lo vide.

Timido e bellissimo,avanzava allungando il suo profilo nocciola contro i tronchi sottili del bosco.

Alzò lo sguardo,poca aria li separava.

Lei accovacciata con il  cuore triste ai piedi dell'antico albero,lui solenne dagli occhi scuri senza futuro.

Qualche colpo di vento,una manciata di sole e l'attimo sarebbe finito.

Alcuni spari attraversarono la valle segnando il presagio.

Se solo avesse potuto toccarlo... le sarebbe venuto il coraggio e le parole celate potevano essere liberate.

Allungò la mano,incredula e non scorse paura.

Il capriolo ebbe un fremito e aspettò quel tocco sul pelo bruno:mai un uomo aveva osato tanto.

Così decise.

Sarebbe scesa di  corsa,li avrebbe fermati,raccontando storie e di certo l'avrebbero creduta.

Sapeva mentire .

I cacciatori le avrebbero dato tempo.

Lo voleva per lui.Lo voleva per lei.

Ancora un giorno.








“Penny, ecco dove eri finita!”
La cagnolina scoppiò a piangere, ai piedi della padrona.
Abbaiò rumorosamente:
“Sono stata io a mangiare quella bistecca e ho dato la colpa a Teddy. Non voglio che tu voglia più bene a lui che a me! Io sono la tua migliore amica, cosa ci fa quel gattaccio fra noi?”
Miranda si inginocchiò tra le foglie gialle e rosse, incurante di sporcare la gonna della divisa scolastica che sua madre le aveva lavato a stirato qualche giorno prima.
Abbracciò la piccola cagnolina dal pelo bianco e nero e le accarezzò la schiena.
Non comprendeva il canese, ma era sicura di ciò che Penny voleva dirle e del motivo per cui era fuggita in giardino quando si era accorta della bistecca scomparsa.
“Hai paura che mi dimentichi di te?”
Gli occhi scuri di Penny brillarono. La sua padrona la capiva!
“Anche io avevo le tue stesse paure, quando sono nati quei pestiferi di Tim e Mike, ma come vedi adesso va tutto bene e siamo diventati inseparabili. Perché non dai una possibilità a Teddy? Cerca di starti vicino, di dimostrare che ti vuole bene.”
Penny stava per rispondere che mai avrebbe stretto amicizia con un felino, quando alle spalle di Miranda apparve un musetto familiare, rosso come le foglie cadute a terra.
Teddy stringeva fra i denti qualcosa di familiare.
“La ciabatta di Mike!” abbaiò Penny “Credevo di averla persa.”
Teddy la lasciò cadere e miagolò qualcosa di incomprensibile per Miranda, ma che Penny capì benissimo:
“Era sotto il letto, ma non potevi arrivarci.”
Miranda li accarezzò entrambi, poi disse:
“Vi lascio soli.”
 


Teddy la guardò allontanarsi, poi miagolò:
“Era buona la bistecca?”
Penny scrutò il piccolo gatto con attenzione. Sì, potevano diventare fratelli, decise.
“Ne ho ancora metà nella cuccia, vuoi assaggiarla?”



 


La vide muoversi. Prima lentamente, poi sempre più in modo agitato. La scatolina di legno che aveva nascosto sotto quelle foglie solo per un momento perché presto l’avrebbe seppellita sotto terra, ora aveva una vita propria. O meglio, QUELLO che conteneva aveva una vita assolutamente propria.
Dopo mesi era riuscita a rinchiuderlo dentro lo scrigno chiuso da un lucchetto di dimensioni sproporzionate alla grandezza della scatolina. Voleva essere sicura che da lì non potesse uscire. Si certo, aveva valutato l’idea di parlarne a qualcuno, ma chiunque ascoltando le sue parole, l’avrebbe considerata pazza. Chiudere un Pensiero. In una scatola. Chiudere un Pensiero ossessivo in una scatola. Avrebbero rinchiuso lei in una struttura sanitaria, di questo ne era certa. Scartò quindi l’idea di rivolgersi a qualcuno per farsi aiutare. Per il momento ce l’aveva fatta. Lo aveva rinchiuso. Ma il Pensiero si dimenava, voleva riappropriarsi delle giornate di lei, delle notti di lei, voleva dominare le sue azioni, farle compiere cose abominevoli e adagiarsi nella sua anima. La scatolina di legno non reggeva più , le cerniere che tenevano il coperchio saldamente appoggiato alla base saltarono via una dopo l’altra e il Pensiero uscì dirigendosi verso di lei che, con un grosso bastone in mano batteva il terreno intorno là dove avvertiva un leggero movimento. Lei cercò di colpire quell’inconsistenza saltellante. Sapeva che quel Pensiero era lì attorno, pur non essendo visibile ai suoi occhi aveva la percezione della sua presenza . Si abbandonò sulla terra umida gettando lontano il bastone e si arrese al Pensiero.
Le entrò nella mente e nell’anima, forse in realtà non l’aveva mai abbandonata . Lei si alzò e si diresse verso il paese con passo deciso. Il Pensiero le batteva forte in testa: doveva cercare la prossima vittima da uccidere.




MARINA GUARNERI 

 

Una serpe strisciò in mezzo alle sue caviglie, si attorcigliò attorno a una gamba, risalì lento lungo un fianco, agitando il sonaglio che trillava nella punta della coda. Fermatosi davanti al suo volto contratto, la fissò. 

La fanciulla rimase immobile, ipnotizzata dal taglio verticale degli occhi dell'animale. Si sentì minacciata dalla punta biforcuta della lingua che vibrava a pochi centimetri da lei.

"Ti ho ssspaventata?

"Sì" - balbettò.

"Sono solo un innocuo ssserpente."

Il rettile si spinse di lato e assecondando un movimento sinuoso si avvitò su sé stesso, accanto a lei.

"Ti vedo turbata."

La ragazza provò a rilassare i muscoli.

"Ho commesso un peccato e non so a chi raccontare la verità."

"Un peccato? Interesssante." 

Si allungò ancora e le lambì la schiena, poi fece capolino dall'altro lato della sua spalla. Il suono della coda, intanto, si mescolava al crepitio delle foglie secche.

"E dimmi... cos'è accaduto?"

"Mi sono lasciata convincere che potevo soddisfare una curiosità."

"Oh, ma la curiosità non è mai un peccato."

"A volte può diventarlo."

"Parlamene. Puoi fidarti di me."

In quel momento la terra ebbe un sussulto, le radici della quercia spaccarono il suolo e fuoriuscirono con impeto intrappolando la serpe in un groviglio di nodi.

La fanciulla scattò in piedi e si aggrappò al tronco secolare.

Allora una voce tonante echeggiò in tutto il bosco:

"Creatura infida e ingannatrice, vai via! Non farti più vedere, viscida serpe."

Il serpente si avvolse a spirale attorno alla più grossa delle radici espulse e scomparve in una crepa aperta nel terreno.

Lentamente la ragazza mosse la testa verso l'alto: un bagliore fendeva i rami intrecciati della quercia. 

"Non temere, sono qui. Rivolgiti a me, io saprò capirti."

Le parole sprofondarono nel suo cuore come una carezza sulla ferita dell'anima.

La luce  placò la sua ansia.


SQUITTY DENTRO L'ARMADIO



                                 (immagine in un libro del XV secolo)


E rimase impietrita.
- Non ti spaventare ... non mordo mica!
- No, è che ... davvero ... non ti aspettavo...
- Certo che non mi aspettavi, io non annuncio mai il mio arrivo. Mi presento e basta. Sarebbe poco opportuno, sai, rendere noti certi eventi con troppo anticipo.
- Sì, lo so ... cioè credo di saperlo almeno.- Che stai facendo qui tutta sola sotto questa quercia?- Beh, stavo meditando su ...- Non è facile vero?
- No, non lo è ... ma ... come?
- Io so, io so sempre. È il mio lavoro sapere. E poi agisco di conseguenza. Mi presento, di solito, quando è strettamente indispensabile, quando vedo che ci sono difficoltà oggettive a parlarne, quando non c'è nessuno con cui...
Fece un passo indietro, sconvolta, perché aveva la sensazione che quella donna sapesse cose, che nessuno doveva sapere e perché, dopotutto, aveva un'aria estremamente familiare.
Ebbe davvero paura.
- Non dovresti avere paura, però. Lo sai che sono tua amica.Non si capacitava proprio, non riusciva a ricordare dove poteva averla conosciuta. Non pareva pericolosa, ma certo quel suo comparire dal nulla, quell'essere così evanescente e al contempo così reale.
- Ma tu chi sei?- Vieni - disse, quasi prevenendo la sua domanda - sediamoci. La notte sta arrivando e sarà una notte magnifica.Si sedettero e cominciarono a parlare.
Ora dopo ora, accompagnate dal fruscio delle foglie, le parole abbatterono l'argine così sapientemente costruito e sgravarono quell'anima fragile da tutti i suoi fardelli.
Quando l'alba cominciò a fare capolino, la donna si alzò e, sorridendole, riprese la strada dalla quale era venuta.
Sotto la quercia, nel punto preciso in cui si era seduta, una spiga.



MARIELLA

"Suo padre, con i capelli imbiancati dalla calce, le mani sporche e piene di graffi, il fisico provato ed un sorriso stanco, la stava osservando.
Erano stati giorni infernali, notti lunghissime e insonni. Da quella domenica sera che nel giro di un minuto scarso, le aveva portato via tutta l’infanzia.  Nulla del paese amato era rimasto al suo posto.



                     Conza della Campania  ante terremoto - immagine presa dal web
La bella chiesa antica, nel mezzo della piazza, dove aveva passato “interminabili” ore con la nonna e le zie a dire il rosario. 



Le care case del centro storico, costruite con i risparmi di chi era andato via giovanissimo a lavorare all’estero, con tanti sacrifici. Pietra su pietra, spesso con le proprie mani, mettendoci anni. E un giorno a tutta quella fatica avrebbe fatto sponda la soddisfazione di possedere un posto dove tornare, che fosse sicuro, che fosse casa. Dove invecchiare, vedere crescere i propri nipoti e la vita continuare lì dove era iniziata. Sostanza per le generazioni future. Famiglia.



Le stradine e i vicoletti che si arrampicavano a fatica fin lassù, alla cima del paese.



La cisterna dell’acqua, dominava la collina e la valle. Circondata da un giardino profumatissimo, che dalla primavera all’estate rimandava odore intenso di rose e di fiori dai colori sfarzosi, coltivati con cura dalle donne di tutto il paese.



Gli anziani del paese, che avevano visto due guerre, insegnavano a figli e nipoti i giochi di un tempo. Avevano istituito una piccola bocciofila. E d’estate, quando le famiglie si ritrovavano, dal pomeriggio fino alla sera, era un rincorrersi di gare, tra giovani e vecchi. Teste canute e teste scure si chinavano a misurare i centimetri tra il pallino centrale e le bocce, tra urla di gioia e “lievi” minacce. Poco distante, i tavolini di chi giocava a carte. Anche lì, giovani e meno giovani,  si scambiavano regole e poesia.


Ricordi e profumi che tornavano intensi, mentre lei sollevava lo sguardo verso l’alto non riconoscendo più nulla in quell’ammasso informe di pietre crollate. La cisterna muta dominava ancora la valle, ultimo baluardo doloroso di rimembranza. Sotto l'istantanea della tragedia.
 
               Conza della Campania - dopo il terremoto del 23 novembre 1980 
Le lacrime scivolavano silenziose, mentre un pensiero fisso continuava a martellarle dentro.Poteva sembrare una cosa piccola ma per lei, in quel momento, assumeva un valore immenso.



Non ho fatto in tempo papà, avevo promesso ad Angela che le avrei  portato la mia Barbie Malibù, la mia preferita, per ringraziarla di tutte le estati in cui ho giocato con le sue. Assieme ai miei libri preferiti e ai quaderni per inventare  nuove storie.


Con un abbraccio lungo e intenso e un bacio sulla testa, il  padre la consolò. Stringendola forte raccontò del dolore, della rabbia della gente, della tristezza, della paura, del senso di impotenza di chi aveva perso tutto ed era rimasto solo. Di quanta gente era venuta da tutta Italia e aveva scavato a mani nude per salvare le persone rimaste sotto le macerie. Degli zii, degli amici che non c’erano più. Di quel minuto interminabile che aveva calpestato gli uomini.


 
               Conza Scalo - il regno della mia infanzia dopo il terremoto


Del nonno, rimasto per quasi tre giorni vivo, sotto le macerie della casa di famiglia. Della gioia del padre e dello zio provata nell'istante in cui erano riusciti a tirarlo fuori sano e salvo. Dei bambini, delle donne. Dello sgomento, dei ritardi nei soccorsi. Dell’incapacità dello stato di essere tempestivo. Della sofferenza. Di  quel nulla che aveva inghiottito tutto. Di questa Italia, piena di ferite, rassegnata a curarsi da sola. 



Allora e oggi.



Dedicato a tutti quelli che ho amato e che non ci sono più. Ai miei amici d’infanzia e alle corse nei campi di grano che non dimenticherò mai. Ai giochi lungo la ferrovia, tra i binari e sui treni in disuso. Alle migliaia di “campagne” e di avventure tra i boschi. Ai bagni nel fiume Ofanto, dalle acque limpide come cristallo. Ai miei nonni amatissimi. A mio zio.

A Conza della Campania.

All’Irpinia.




Alla terra che trema ancora lungo tutta la dorsale appennina. Alle Marche, all’Umbria, a tutta l'Italia centrale, a tutti  i  piccoli e meravigliosi paesi che fanno parte della nostra storia, della nostra vita. A chi non dormirà mai più a cuore libero. E ogni volta che la terra tremerà ancora, ripiomberà nell’abisso. Vicino o lontano che sia. 

Ad oggi che ho avuto la forza di raccontare. 




"Come d’autunno si levan le foglie l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie", declamò, compiacendosi per quella reminiscenza scolastica. Un lieve soffio le sollevava, facendole volteggiare nell'aria in un ipnotico girotondo, per poi riconsegnarle alla terra umida. Come loro, aveva conosciuto la sicurezza, l'ebbrezza del volo, la caduta al suolo. Allo stesso modo, la sua identità stava marcendo in un luogo che non le apparteneva. Si alzò. Aveva bisogno di sgranchirsi le gambe, di mettere in movimento il corpo e le idee. Si fermò a un ruscello. L'acqua sembrava liquirizia fusa. Doveva di certo essere stata limpida, pensò. Si accovacciò su una roccia a guardare in quello specchio liquido che le restituiva l'immagine di una donna che solo da poco aveva iniziato a conoscere. Anche lei, era stata pura prima di sporcarsi con la vita. Sfilò il velo bianco dal capo. Scagliò il suo segreto nell'acqua, come si fa con i sassi; lo vide affondare. Sentì le dita e gli occhi bruciare. Spoglia, come la grande quercia, era pronta a iniziare una nuova vita. Una leggera brezza le si animò intorno. Avrebbe giurato di aver udito un sussurro. Perdona te stessa, ripeté. Forse, era stato solo il vento. Forse, qualcuno l'aveva ascoltata e compresa.



Non urlò quando vide l’uomo senza volto a terra, ma si alzò di scatto e si mise a correre fino a raggiungere la prima stazione di polizia. L’angoscia la stava consumando, e le parole non le sarebbero uscite, anche senza le lacrime che le riempivano gli occhi.



- Silver hawk? Cosa ci fa Lei qui? -
Il generale di Bosco diamante la osservava con i suoi occhi profondi, rivolgendole uno sguardo dolce e comprensivo.
- Ciao Comandante, disturbo? -
Lei fece un cenno di negazione con la testa, continuando a chiedersi per quale motivo la sentinella fosse lì. Notò un grosso livido sotto l'occhio sinistro, come se gli fosse stato dato un forte pugno. Lui si accorse che lo stava guardando e sorrise.
- È stato Falcorn. - rise - ritiene che sia stata colpa mia... per via del sidro, sai.  Mi ha detto che sei andata da lui furiosa, quasi come se volessi ucciderlo. -
- Mi sembra logico! È un infame! - rispose lei.
- Be' non voglio entrare nel merito dei fatti vostri, ma spero che tu non voglia davvero... -
Lei lo interruppe. - Non ho ancora deciso. Certamente suo fratello non mi sta aiutando, Signore! -
- Probabilmente ha paura di morire, avvicinandosi di nuovo a te... -
Risero entrambi.
Lui si sedette vicino a lei e la osservò porsi la mano sul ventre, mentre lo sguardo si perdeva in un punto lontano, oltre il folto degli alberi. Avrebbe voluto dirle che l'avrebbe aiutata, di non fare scelte sconsiderate, che avrebbero trovato una soluzione. Avrebbe voluto dirle "sono qui, se credi di averne bisogno" ma nessun suono uscì dalla sua bocca. Lei gli sorrise dolcemente, come se avesse compreso e poi scostò lo sguardo, riprendendo a guardare davanti a sé. Improvvisamente era tornata ai suoi pensieri e lui le rimase vicino in silenzio, senza disturbarla, ma solo con il desiderio di farle sentire la sua presenza.


Il mio finale
 


Certo che se glielo avesse detto se la sarebbe presa di brutto. Ma continuare a mentirgli le pesava. Che fare?
Lui le comparve davanti e si sedette vicino.

“Adesso ho capito dove ti nascondi! Dai.. tirala fuori!”

“E la tua….”

“Al diavolo la dieta! Tira fuori quella cioccolata che ce la dividiamo!”




                          https://pixabay.com/en/chocolate-dark-coffee-confiserie-183543/                                

Myrtilla             

38 commenti:

  1. Uno più bello dell'altro Pat, questo mese è stato d'ispirazioni a molti.
    Bravi tutti, ma faccio qui i complimenti a Miki Moz e Sinforosa in quanto non sono riuscita a lasciare un commento sui loro blog.
    Al prossimo incipit!
    Marina

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    1. Vero, Marina? :) :) :)
      Miki è stato diuna tenerezza unica. Mariella dolorosa e commovente. Sinforosa dolce. Azzurrocielo incredibile, tra l'intimistico e il fantascientifico.... e via discorrendo.
      Ognuno di voi ha scritto quello che il proprio io pensava e voleva in quel momento. Niente di meglio! Essere spontanei, ognuno secondo il suo stile.
      Siete vo che siete immensi!!!!!!
      Bacio

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  2. Cara Patrizia, trovo molto interessante, scrivere insieme, complimenti siete! Brave!!!
    Ciao e buona giornata con un abbraccio e un sorriso:) sorridere fa bene!
    Tomaso

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    1. Vero Tomaso che abbiao formato una squadra eccellente?
      Bacio stella

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  3. Che successo, Myrtilla!
    Grande come sempre, e ora aspetto il prossimo incipit.
    Cristiana

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    1. Ti ringrazio Cristiana ma grande solo grazie a voi e alla vostra partecipazione!
      Al 20 novembre allora :) Intanto incomincio a pensare..

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  4. Proprio come dici, da ogni racconto viene fuori lo stile e anche gli interessi del narratore - e ancora una volta mi ha colpito molto il racconto di Lorenza Marengo. Questa volta siamo stati davvero moltissimi, devi essere molto orgogliosa, Patricia. Naturalmente anche Myrtilla starà facendo le fusa per la contentezza... maooo! :-) Un abbraccio forte.

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    1. Ma io ne sono orgogliosa Cristina. Orgogliosa soprattutto di voi, della vostra partecipazione che è il miglior premio potessi ottenere :)

      Sì, è vero. Ogni racconto narra molto della persona che lo h scritto. Gusti, preferenze, stili.... è quello il bello. La varietà!
      Bacio!

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  5. Li ho letti tutti ora e sono veramente belli, ognuno diverso dall'altro. Brava Patricia per questa iniziativa!

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    1. Ciao Azzurrocielo!
      Sono tutti veramente belli! Uno dverso dall'altro ma è proprio questa la bellezza. Ognuno è quello che realmente è. Ognuno mette in parole quello che gli piace, senza vergogna o problemi.
      Tu, però... mannaggia.... ahhahhahahah rinchiudere un pensiero... ma chi si nasconde dietrol tuo nick? Un serial killer? ahhahahahahaa
      Bacione stella

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    2. Oh no no no .... diciamo che sì ho un' anima "gotica", ma per il resto sono dolce dolce, ih ih ih ih ....

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    3. Allora, visto che mi assoigli cos tanto ti giro il complimento che il marito in genere fa a me...
      "Dole come un limone acerbo" ahahahahahhahahhaahha

      Dai, stela! Prendiamoci un po' in giro altrimenti scleriamo!
      BAcio!

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  6. I miei complimenti vanno a tutti per la bravura dimostrata.
    Il racconto che mi porterò nel cuore è quello di Mariella a cui va tutta la mia ammirazione.
    Un abbraccio
    Ofelia

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    1. Molto struggente vero, Ofelia?
      E' stupendo! Doloroso e profondo.
      Baio

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    2. Grazie Ofelia. Bacio Pat.

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  7. Stavolta avevo commentato poco in giro nei blog. Ma direi che è stata una delle puntate in assoluto più riuscite. Merito anche di un buon incipit di partenza ;-)

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    1. Decisamente sì! 😊
      E pensare che mancano dei partecipanti storici come AnnaMaria e Regina... speriamo che vada tutto bene e che non abbiano problemi.

      L'incipit... a volte riesce bene a volte... meglio 😆

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  8. Complimenti per gli esiti riuscitissimi, davvero bravi! Quattro sono i miei preferiti :D, ma quello di Mariella è speciale.

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    1. Lo penso anch'io! Mariella è riuscita a farmi venire i lacrimoni ed io non piango.
      Ciao Glò

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    2. Cara Glò, sei un tesoro.
      Aribacio Patri.

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  9. Partendo da un incipit brillante che ha dato la possibilità di spaziare tra realtà e fantasia, ognuno di noi ha dato voce o meglio parole a quello che di bello è racchiuso nei cuori. Tutti i racconti per me sono bellissimi. Ognuno ha parlato di ciò che ama di più, dagli animali, alla natura, alle persone care, con sensibilità rara, usando una gran fantasia e una padronanza incredibile di tempi e battute. Cosa che non è riuscita a me, visto quanto mi sono dilungata;
    E credo che questo esperimento unico a cui stiamo partecipando, ci riserverà ancora meravigliose sorprese.
    Complimenti a tutti.
    E grazie a te cara Patri.

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    1. Non ho altro da aggiungere 😊
      Quelloche c'era da dire lo hai detto
      Grazie a te e a tutti!

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  10. Buongiorno cara, anche questo mese mi sono persa l'incipit :'(
    Appena torno dalla venatoria (se non mi addormento) leggo tutto.
    Baciotti baciotti

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    1. Ciao Poiana sifa sempre come si può.
      Tu però sai che se ti venisse l'estro e trovassi il tempo puoi sempre scrivere tutti i finali che vuoiche io li pubblicherei comunque
      Bacio stella

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  11. Dopo averli letti tutti arrivi tu con il tuo finale sintetico e disarmante giusta chiusura di questa bella raccolta. I♥you

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    1. Ciao Verbena.😆
      Sarà che sto riattraversando un periodo che più storto non si può e ho bisogno di dolcezza? 🤐
      Bacio e ricambio

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  12. La cioccolata come trasgressione non si discute! Ce ne vorrebbe un tavoletta fondente o al latte, a seconda dei gusti, per tutti i partecipanti. (A me piace fondente con le nocciole...) :-P

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    1. Ti confesso una cosa Iara.
      Non ho passione per la cioccolata. Sono da panna e creme varie però portarle in un bosco per mangiarle di nascosto era un po' scomodo 😆
      Il cioccolatomane (gianduia e nocciole) è il marito 😊 poi si lamenta dei 100 chili.... ahahaha

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  13. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  14. La cioccolata...Anch'io anch'io! :P
    Davvero un mese ricchissimo, questo. Quanta fantasia, tanti bei brani. Complimenti a tutti e alla padrona di casa che anche questa volta ha fatto centro.
    Alla prossima! :-)

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    1. Mese fantastico questo 😊
      E che squadra siamo!

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  15. E se mi parli di boschi, alberi e foglie io certamente non posso mancare, o meglio... non possono mancare loro.
    Bacio bella :*

    https://naturachecicirconda.blogspot.it/2016/11/insieme-patricia-raccontiamo-14.html

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    1. Ma non ti avevo risposto???
      Scusa!!!!! Però ho controllato il tuo finale c'è

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  16. Sì, lo so, due mesi di ritardo sul giro dei post di I.R. 14 sono decisamente tanti.
    Però ci sono riuscita.
    Grande edizione, Pat, ma l'incipit si prestava un sacco.
    Mi rendo conto che il mio racconto, senza la spiegazione che non hai riportato, può risultare incomprensibile ... meglio che io faccia attenzione la prossima volta!!!
    In ogni caso ... mi sono piaciuti un sacco i finali di Azzurrocielo, Luz e Barbara.
    Superlativo Ivano e Massimiliano ... immenso!!!
    (E adesso, cara Pat, mi sa che tento il recupero di 15 e 16 ... posso???)

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    1. Che ho saltato Squitty? Ne ho perso un pezzo per strada?

      Vuoi recuoerare? Ma certo che puoi! Per il 16 poinhai tempo fino alla nostra... festa.... la befana ! 😆😆😆😆

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    2. No, tranquilla ... mi riferivo al fatto che non essendo qui riportata la spiegazione in fondo al post - ma giustamente - forse il significato dello stesso non è chiaro. Solo questo, non ti preoccupare.

      Recupero ... mi auguro di riuscire a recuperare I.R. 15 e partecipare al 16 ... detesto lasciare il buco

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    3. Recupera recupera...forza!
      Auguri auguri auguri!

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