mercoledì 1 febbraio 2017

INSIEME RACCONTIAMO 17 RIEPILOGO


                          INSIEME RACCONTIAMO 17
                                                   
                      RIEPILOGO




#fare blogging #insiemeraccontiamo #racconti

Ed eccoci al primo di febbraio col riepilogo mensile.
Che dire? Wow! Tra rientri a lungo desiderati e attesi e nuovi partecipanti, questa edizione ha di nuovo superato se stessa.
Che siete mitici ve lo devo ancora dire? :)

Il mio incipit questa volta era accompagnato da una fotografia dietro sugerimento di Cristina M. Cavaliere.
Forse non tutti si sono basati anche sulla foto ma poco importa, magari mi sono spiegata male io. Problemi quindi, zero!
La prossima volta magari sarò più severa ahahahhahaahhaahhahah
Preparatevi! Ahahhahahaha

Ma partiamo col riepilogo.


Il mio incipit era questo.




Era l’alba. Gli piaceva scendere in spiaggia a quell’ora. In giro non c’era ancora nessuno perché i vacanzieri erano andati a dormire da poco.
Il silenzio interrotto solo dalla voce del mare lo rasserenava.
Girovagando, aveva oltrepassato il promontorio. In una piccola baia seminascosta l’aveva trovata...

E qui ci sono i vostri finali in ordine cronologico di arrivo.
Solito discorso, visto che io sono al pc ma la testa è da altra parte :)…. se c’è qualche errore ditemelo che lo sistemo.


Ma ora via con il riepilogo!







la madre di tutte le navi, un antico galeone di quelli che solo i pirati potevano condurre fra le acque insidiose dell’oceano.
Si chiese come mai nessuno, a parte lui, avesse notato quella nave.
Forse stava sognando, forse era solo un’illusione.
Con quel pensiero in testa lasciò la spiaggia per andare in ufficio a svolgere il suo solito monotono lavoro che da vent’anni logorava la sua esistenza e la sera, sul tardi, tornò alla spiaggia.
Incredibile, la nave era ancora lì e pullulava di marinai.
-Capitano!- gridò un uomo un po’ corpulento, con una bandana gialla che tratteneva una ribelle chioma un tempo scura e ora brizzolata –Siamo pronti a salpare!-
L’uomo si guardò intorno: quello sconosciuto, forse un mozzo, parlava sul serio con lui?
-Capitano, andiamo, presto! La nave non salperà senza di voi!-
Sì, lo sconosciuto parlava davvero con lui.
L’uomo rifletté un momento: cosa lo tratteneva nella sua noiosa città?
Nulla, se non il suo lavoro e la speranza che forse un giorno le cose sarebbero cambiate.
Decise che era giunto il momento di realizzare i propri sogni.
Salì a bordo della nave e il mozzo gli consegnò un’elegante e lunga giacca rossa dai risvolti neri.
-Ecco, capitano, questa è per voi. Molti prima del vostro arrivo hanno comandato questa nave, perciò diteci: quale sarà il nome del nostro nuovo capitano?-
L’uomo indossò la giacca e rispose:
-James Hook. E ora salpiamo, dritti verso...-
-Verso l’Isola che non C’è!- gridarono i marinai –Viva capitan Hook!-
James sorrise.
Qualsiasi cosa fosse, l’Isola che non C’è era un bel posto per iniziare la vita che aveva sempre sognato.”



 

.. era proprio lei, tale e quale all'immagine di quel libro di fiabe della sua infanzia. La fiaba di quel pirata che aveva fatto naufragio sull'isola deserta, la fiaba che gli raccontava tutte le sere la sua mamma. Un brivido gli corse lungo la schiena.
S'avvicinò cauto, come davanti a una reliquia. La osservò e contemplò da ogni angolatura, sapeva benissimo che quella carcassa di nave aveva in sé ben altra tragica storia, ma lui si sforzò di guardarla e vederla come la carcassa fantastica di quella sua infanzia finita troppo in fretta; sì, perché su una nave simile, diciannove anni prima, erano morti i suoi genitori, scappati, insieme a lui, dalla guerra e dalla fame.





Aveva sempre creduto che il soggetto del quadro appeso a una delle pareti del soggiorno fosse di fantasia. Non aveva idea che suo nonno si fosse ispirato a una barca reale. Certo, adesso che era trascorso almeno mezzo secolo dal giorno in cui lui l’aveva messa su tela, non rimaneva che una vecchia carcassa divorata dalla salsedine. Ma a un tratto ricordò  anche una vecchia storia che circolava nella sua famiglia, una storia a cui non aveva più pensato dai giorni dell’infanzia. Si diceva che il nonno avesse dipinto una seconda figura sulla barca, oltre a se stesso nei panni del conducente, ma che dopo un ripensamento l’avesse ricoperta con più strati di colore così da cancellarla dalla tela. La prima volta che aveva sentito la storia, ne era stato incuriosito come lo sarebbe stato qualunque bambino e aveva chiesto che aspetto avesse avuto il personaggio. Nessuno in casa sembrava però ricordarlo. Chi diceva che fosse una donna, chi un uomo. Solo zia Eulalie sosteneva che avesse le ali, come un angelo o un demone. Ma tutti in famiglia consideravano zia Eulalie un po’ svanita e non davano molta importanza a quel che diceva.

Esaurito il flusso dei ricordi, si rimise in cammino, lasciandosi alle spalle la barca. Al suo arrivo, la casa era immersa nel silenzio e nell’oscurità e si chiese dove fossero andati tutti così di mattina presto. Ebbe una prima risposta quando entrò nel soggiorno e a stento riconobbe, carbonizzati sul pavimento, i corpi dei suoi genitori. Della vecchia zia Eulalie, unica altra abitante superstite della casa, non vide invece traccia. Non prima di guardare il quadro del nonno alla parete, dove riconobbe, stavolta con facilità, la donna, in piedi solenne e terribile al centro della barca, avvolta come in un mantello in ali color rosso sangue.



Una torre di sabbia. Di sicuro lasciata a riva da un gruppo di bambini che il giorno precedente avevano costruito un castello. E la marea che era salita la notte precedente, aveva distrutto quasi tutto. Solo la torre era rimasta, ultimo baluardo del gioco.
 
Lì, mentre le piccole onde del mare lambivano lentamente la base, lei ricordava i suoi momenti di svago. Su quella stessa spiaggia tanto tempo prima. Anni che le ripiombavano addosso con tutta la carica che la memoria riusciva a riportare.
Il mare era sempre stato il suo più grande amico. L'aveva protetta e amata fin dal primo giorno in cui si erano conosciuti.
Il ricordo era ancora vivido: lei bimbetta che rideva divertita mentre la spuma del mare le accarezzava i piedi e lui che con quelle carezze la chiamava a sé.
Amore a prima vista. Sua madre aveva dovuto tirarla fuori con la forza dalle acque chiare; non sarebbe mai venuta via di sua spontanea volontà.
Imparando a nuotare, aveva assaporato il senso di enorme libertà e di pace che andare a largo le regalava.
E lì, dimentica di tutto e tutti, ritrovava forze e nuova vita.
Una catarsi.
Respirò profondamente, il suo amico aveva nuovamente risposto alla sua domanda.
Le aveva regalato sicurezza e determinazione.
Lo salutò con lo sguardo e con il cuore, mentre il sole si alzava tingendo di rosa tutto intorno.
Poteva affrontare il ritorno e dire sì a quell'amore che non si aspettava più.
Ora sapeva di meritarlo. 
Suo figlio, che a lungo aveva tenuto distante in un'altra vita, oltre ogni storia, la stava osservando dalla terrazza di casa.
Aveva affrontato un lungo viaggio per ritrovare quella donna che un giorno , tantissimo tempo prima, aveva deciso di vivere la sua vita senza aspettarlo. Un rifiuto a cui non si era mai rassegnato, di cui non aveva mai compreso le ragioni fino alla sera prima, quando sua "madre" aveva finalmente accettato di vederlo e di spiegargli.
C'era stato tanto dolore da affrontare e poi tanta paura.
Ma ora, vedendola tornare indietro con quel sorriso misterioso sulle labbra, seppe che la pace era arrivata e con essa il loro diritto all'amore.



 DOLCEZZE DI MAMMA

 
una barca in disarmo, o meglio ciò che ne restava dopo anni di tempeste, salsedine, sole...e abbandono. La sua antica bellezza si poteva solo immaginare.
Sembra la mia vita” si disse lui e cominciò a girarle intorno, contemplando ogni crepa, ogni grumo di ruggine, ogni bullone svitato. Poi allontanò lo sguardo e la vide: dalla sabbia battuta dalle onde usciva solo il collo della bottiglia, ancora chiuso con la ceralacca.




Non può essere lei!”-pensò-“è impossibile”.


L’aveva gettata in mare venti anni prima, dalla nave da crociera in cui era con la sua giovane sposa (viaggio di nozze si diceva allora). C’erano dentro i loro sogni, i loro progetti, le loro speranze, le loro certezze, la freschezza del loro amore.
Poi c’era stata la vita, le difficoltà del lavoro, i figli, la fatica della quotidianità…e tutto si era sgretolato. E adesso lui era lì lì per andarsene, e quella mattina era uscito apposta per stare solo, per trovare il modo per dire basta senza ferire troppo nessuno.


Tirò fuori la bottiglia, ruppe il collo e prese il foglietto. Lo aprì …”PER SEMPRE”.


Per sempre quegli sguardi, per sempre quelle risate, per sempre quelle lacrime, per sempre il caffè al mattino e le chiacchiere sul divano, per sempre gli occhi innamorati di sua moglie, per sempre gli abbracci dei bambini, per sempre la spesa del sabato mattina e il pranzo della domenica con la torta fatta in casa.

E piano piano svanivano i litigi furiosi, i rancori covati nel nulla, la noia della quotidianità, ed emergevano le tenerezze ormai sepolte e quasi timorose di manifestarsi, la certezza dei sentimenti, mai veramente morti, la speranza di una rinascita, quasi annunciata dal sole che, lasciando il suo letto nel mare, saliva piano piano nel cielo.


Era ora di ritornare a casa.







una conchiglia gigante, con le valve lucenti e chiuse.
Incuriosito, bussò e la conchiglia si aprì svelando una bellissima sirena dall’aria spaurita.
Giorgio le domandò da dove venisse e lei indicò il mare.
-Non posso tornare a casa.- disse spaventata –Non riesco a spingere la mia conchiglia via da qui e se qualcuno dovesse trovarmi, per me sarebbe la fine. Non voglio finire in una gabbia di vetro come quella dove gli uomini mettono i miei amici pesci.-
L’uomo si diede un pizzicotto e quando capì che non sognava, guardò meglio la sirena. Bella era bella, più di tutte le ragazze che aveva avuto nella sua vita di solitudine e noia, che alla fine lo aveva stancato.
-Io so come aiutarti, ma tu cosa mi darai in cambio?-
-Tu cosa desideri?- replicò la sirena.
-Te.-
 

La sirena sorrise, tendendo la mano verso lo sconosciuto.
-Come ti chiami?- chiese lusingata.
-Giorgio.-
-Io dico che Blu sarà il tuo vero nome, blu come il mare.-
-E il tuo nome qual è?-
-Ondina.-
Giorgio le diede un bacio, poi iniziò a spingere in mare la conchiglia che intanto si era richiusa, incurante dei turisti che arrivavano curiosi per vedere cosa stava accadendo.
Alla fine riuscì nel suo intento e sparì anch’egli.
Nessuno lo ha più visto tornare ma ogni tanto qualche pescatore giura di avere visto una sirena e un tritone nuotare al largo, innamorati e felici, sotto il cielo ammantato di stelle.”

 









La rughetta di mare! Lessata e saltata in padella sarebbe stata un contorno ideale per la cena del plenilunio, la raccolse e si diresse soddisfatto verso casa, doveva ancora preparare tutto. Le ore passarono velocemente e senza quasi accorgersene si ritrovò al cospetto del sole che lasciava il posto alla luna, sapeva che Selene stava per arrivare e cercava di immaginare lo stupore del suo viso nel vedere incastonata tra le sculture del giardino la barca su cui si erano incontrati la prima volta, l'aveva fatta restaurare lasciando in bella vista i segni del tempo, un cancello ricavato dal taglio verticale dello scafo permetteva di salire a bordo senza alcuna difficoltà, l'interno era pieno di cuscini colorati che circondavano due sedie e il tavolo apparecchiato, la fiamma delle lanterne in ferro battuto poste lungo la frisata vibrava sospinta dal vento e insieme al sottofondo sonoro del Mediterraneo contribuiva a rendere l'atmosfera idilliaca, non una nuvola copriva il cielo e la luce argentea iniziava ad avvolgere quell'angolo di sogno, era il momento giusto, prese l'antica polena lignea che 23 anni prima, imbrattata tra alghe e conchiglie, aveva trovato dentro la barca arenata sulla spiaggia e la pose su una delle sedie, lui si sedette sull'altra e aspettò che la magia si compisse, non ci volle molto, il legno si fece carne e Selene gli comparve davanti agli occhi con i suoi splendidi capelli neri che contrastavano il candore della pelle. Stappò una bottiglia di spumante e riempì a metà due calici, uno lo offrì alla sua compagna e insieme li fecero tintinnare per brindare al loro anniversario. Selene si alzò, calpestò a piedi nudi i cuscini e percorse con la mano tutta la frisata, si sedette poi sulle ginocchia del suo capitano e gli disse: " Sarà un viaggio perfetto! "


 


 
Da tre mesi aveva perso i suoi genitori in un incidente d'auto e abitava con il nonno.
Il suo era un sonno agitato cupo e greve che lo faceva svegliare poco prima che il sole sorgesse. 
Si vestiva e usciva nel buio dalla porta sul retro direttamente sulla spiaggia, per incamminarsi verso quella piccola baia, mentre il cielo piano piano si tingeva di rosa e si rischiarava. 
Piano piano anche i suoi pensieri cupi si schiarivano un po', ma il suo corpo restava pesante come se fossero di piombo e il suo petto non si alleggeriva.
Respirava quell'aria salmastra come uno che stava per annegare  e finalmente riusciva a raggiungere l'agognata aria. I polmoni gli facevano  quasi male per tutta quella vita che gli entrava dentro.
Si riempiva i polmoni per poi rumorosamente espirare. Lo sciabordio del mare, il cielo rosato, il sorgere del sole, il risveglio dei bianchi gabbiani e dei neri martinpescatori lo facevano sentire più  leggero e la sua respirazione piano piano tornava normale.  
La piccola baia era diventata la sua meta, si sedeva sull'arenile lì davanti a quel rottame e si domandava il come e il perché quella nave fosse finita proprio lì. 
Di chi era? 
Cosa trasportava? 
Così, piano piano la mente si estraniava e cominciava a fantasticare. 
Come per magia la nave si trasformava, la ruggine spariva rivelando uno scafo bianco e blu  che luccicava ai primi raggi di sole.
Lo stridio dei gabbiani diventava gioioso e con voli radenti si sistemavano sul parapetto di prua, come a vedetta. Erano pronti per avvisare con il loro grido l'arrivo di quell'imbarcazione uscita da un sogno.
                                                   Foto di Anna Maria Fabbri

Una ciurma indaffarata si muoveva sul ponte della nave. Aspettavano il capitano.
Improvvisamente si rendeva conto che era lui il capitano che tutti aspettavano. Aspettavano i suoi ordini per nuove strabilianti avventure.
Puntuale alle ore sette il suo orologio da polso suonava.
Filippo si destava da quel sogno a volte concluso a volte no,  ma pronto per essere ripreso il giorno successivo. 
Poi si incamminava dirigendosi verso il canale ad attendere il peschereccio del nonno. 

                                    Foto di Anna Maria Fabbri



 

"...aveva trovato il tesoro che affiorava appena dalla sabbia: una conchiglia. Ma non era affatto una conchiglia speciale, di quelle per intenderci che certi molluschi abbandonano non si sa come né perché, fatta come un cono rovesciato e geometricamente carico di minuscoli rostri. Niente affatto, Si trattava di una comunissima conchiglia, di un anonimo colore grigiastro, coi bordi frastagliati come se il tempo fosse trascorso strappandole lembi e pezzettini, come se cento piedi nudi l'avessero calpestata.
Cosa aveva quindi di tanto importante da fargliela considerare un miracolo?
Era tale e quale ad una conchiglia che aveva trovato tantissimi anni prima, un'eternità a pensarci bene, mentre camminava nella sabbia a piedi nudi come adesso. E non era solo. Guardò verso la linea dell'orizzonte. Una nave da carico si apprestava a scendere oltre ed a scomparire. Nell'azzurro terso del cielo vide l'azzurro intenso degli occhi di Rosalba.
Era lei insieme a lui quella mattina di luglio di un'infinità di anni prima: la mattina della conchiglia.
L'aveva vista spuntare appena appena dalla sabbia. Una conchiglietta da nulla, come milioni di anonime conchigliette. L'aveva raccolta e non sapeva ancora perché. Aveva le mani piene di cose, vestiti suoi, vestiti di lei, libri suoi, libri di lei. Ah già, stavano preparando insieme l'esame di maturità. Enzo e Rosalba, insieme fin dall'asilo d'infanzia e mai un pensiero che non fosse leggero, scherzoso o amichevole, mi niente di più.
E quella conchiglia adesso dove la metteva con tante cose che riempivano le sue mani.
In bocca. Ecco, in bocca, mezza dentro e mezza fuori.
Ma l'aveva sistemata male e rischiava di cadere.
Disse alla ragazza tra i denti: "Acchiappala ché mi cade".
E lei l'aveva presa, coi denti, chissà forse per emulazione pensò lui. Ma lei passò la conchiglia dentro la bocca e lasciò al suo posto le sue labbra.
Il primo bacio della vita di lui.
E di lei."





- Cosa? Cosa aveva trovato, nonno? 
- Un'imbarcazione tutta arrugginita, abbandonata sulla battigia.
- Continua, continua la storia...

Tanti e tanti anni prima, una tempesta si era abbattuta in un paese di pescatori. 
Era stato un giorno indimenticabile: il mare, sconquassato dall'uragano, aveva inghiottito barche ormeggiate che la furia aveva strappato alla solidità delle funi. Le onde, vecchie signore con i capelli bianchi, irascibili e smaniose, si erano infrante contro gli scogli, trascinando via detriti, alghe, frammenti di roccia divelti dal fragore. L'oceano aveva inghiottito tutto: uomini e cose. Uomini sorpresi durante il sonno dentro le cabine sommerse dall'acqua e cose destinate a diventare ruggine nei fondali.



Solo un bambino di dieci anni, che aiutava il padre nella pesca, era riuscito a mettersi in salvo aggrappandosi a una tavola di legno trascinata dalle onde. 
La mattina successiva...

L'anziano rimboccò le coperte al nipote che si era addormentato, chiuse il libro di racconti e andò nella sua stanza.
Seduto sul bordo del letto aprì il cassetto del comodino e prese la foto: la carcassa di un peschereccio giaceva sulla riva.

Tanti e tanti anni prima una tempesta si era abbattuta anche nel suo paese di pescatori e quella barca, ferita e oltraggiata dal mare, era ciò che non aveva mai dimenticato.







 
 Bella, grande..., immensa... .Un lontano battito d'ali lo fece trasalire,
Bisognava decidere. Si voltò a guardare quella scia di piccole orme serpeggianti,
lasciate sulla duna dal suo andare ramingo... .



 
Rimase a contemplare quel regalo inaspettato, alzandosi sulle zampine.
La cheratina gli impediva un completo coinvolgimento dei sensi...,
il desiderio prese il sopravvento e i morsi si susseguirono rapidi,
scalfirono appena la superfice, quasi invisibili nella totalità.

Era da tempo che non gustava una simile prelibatezza...,
un pensiero lo costrinse a fare un passo indietro, gli apparve nitida la consapevolezza della rinuncia... . Troppo grande per essere trasportata, ...sarebbe bastata per mesi.

Guardò con gli occhi lucidi il primo timido raggio di sole, farsi largo all'orizzonte,
i suoi non avrebbero creduto al ritrovamento.




 





Riprese il cammino verso il tunnel, che tante volte gli aveva dato rifugio,
si ergeva dalla duna, altro frettoloso regalo degli umani...





 Un ragazzo mattiniero, perso nei suoi pensieri, stava così immobile sull'arenile
da fondersi con la sabbia...
Quelle parole, quel messaggio risultava vacuo e beffardo..., "Two Hearts" ...,
d'un tratto sferrò un calcio liberatorio alla caramella mezza sepolta...
scagliandola con forza verso lo scafo arrugginito di un relitto.

Non fece caso al piccolo scarabeo che si allontanava claudicante verso la duna.

Davide.


 Ho pensato, per questo post, alla canzone "Two Hearts" di Phil Collins

 

 

la nave relitta, come il suo cuore. Si ergeva sopra la sua testa imponente, arrugginita dall’incessante esposizione al sole, all’acqua e al sale che l’aveva corrosa in più punti.



Un granchio uscì dal relitto e si diresse in direzione del mare. Un richiamo irresistibile anche per lui.



Sorrise tra sé al pensiero dell’ultima regata con Alex. L’emozione di quella vittoria la sentiva ancora in gola, insieme ai muscoli doloranti per la fatica. Si erano allenati duramente per raggiungere quel traguardo. Non era stata una passeggiata; avevano rischiato di ribaltarsi per ben due volte, ma la determinazione di Alex aveva avuto la meglio.


                 Dal web: regata velica in memoria di Giorgio Cassarino

Urlava a squarcia gola, per sovrastare il sibilo del vento. Non aveva parlato per giorni dopo la gara, ma la felicità nei suoi occhi valeva più di mille parole. Aveva vinto lui, contro ogni previsione. Lui e la sua “Madeleine”, così battezzata in onore della scomparsa sorella, sbranata da uno squalo durante un’immersione mentre girava un documentario. Una cosa sola erano lui e Madeleine. Avrebbe dovuto odiarlo il mare, eppure non riusciva a stargli lontano.
Sentì in lontananza la voce di Maria che lo chiamava e lo raggiunse in pochi minuti.
Cosa hai trovato Rob?”
La voce dei ricordi Mari”
In questo relitto? Mi pare più un titanic miracolosamente non affondato, ma forse era meglio se affondava!” Rise da sola della sua battuta.
Tutto bene Rob?”
Si tesoro, stavo solo pensando  … ”
Ti manca Alex!”
Mi manca tutto della mia vecchia vita Mari. Ora mi devo accontentare di andare in pedalò” disse sospirando. “Guarda come mi sono ridotto”
Sei messo bene tesoro. Hai solo una gamba e un ginocchio non più allineati con il resto del corpo ….”
“ … Per quel maledetto incidente in macchina!” concluse seccamente Rob.
Già, ma sarebbe potuto capitare anche in mare”
Si, ma lui lo avrei perdonato!”



 
LA SUPERSCANTATTRUPPOLA GIBBOSA

Si ergeva da una vecchia barca arrugginita arenata sulla sabbia e venuta chissà da quale tempo. Ne poteva scrutare le spalle, avvolte in una sorta di manto azzurrino.
 - Chi sei... la fata turchina? - chiese con una certa emozione nella voce.
La figura si voltò lentamente. Era scura, scura, con l'espressione risoluta di chi sa il fatto suo. - Belìn, ti sembro la fata turchina?... Ma non vedi che occhiaie che c'ho?... E non ti sto a raccontare l'ultimo periodo, sveglie all'alba, giornate a destra e a manca per risolvere mille impicci... Guarda che m'erano pure finite le idee, che credi... Ah, ma io sono una tosta, non ti illudere... - . Proruppe in una fragorosa risata, per poi rabbuiarsi all'improvviso. - Che stavo dicendo?... Oddio devo scrivere un post, linkare una foto, partecipare a un contest... Come sono stressata!... E felice... Felice e stressata, stressata e felice... Ma cerca di capirmi, sono una gemelli, una me insegue un'altra me... Una roba da panico... Capisci? -. Rise ancora, nel bel mezzo di un pianto disperato. L'uomo si asciugò i palmi umidi sui pantaloni. Era sconvolto. 
- Senti un pó, Adamo... - fece lei ricomponendosi.
- Ehm... veramente mi chiamo Guido.
- Non interrompermi, Adamo! E ringrazia per averti dato la possibilità di esistere in questo racconto per mano di quella sciagurata che è sparita per mesi... ME-SI, dico!... Ma si fa CO-SÌ?... Comunque, a te, Adamo, uomo medio e ignaro della vita che conduci, oggi affidiamo una missione importante...
- … Signora, ascolti, penso che lei abbia sbagliato persona...
- Zitto! Già ho perso fin troppo tempo, meno male che l'altra me aveva programmato un post dall'anno scorso giusto per oggi… Dicevo, da questo momento, noi tutti, ti affidiamo il più alto dei compiti...
- ... ?
- Devi cercare la cosa di tutte le cose, l'unica che ti farà vedere, l'unica che darà un senso...
Guido/Adamo venne attraversato da un brivido. Si ripromise che a cena non avrebbe mai più mangiato la trippa.
La figura ammantata sovrastò la vecchia barca con il manto ora di un azzurro più acceso.
- Devi trovare la… SUPERSCANTATTRUPPOLA GIBBOSA! - tuonó.
Poi, una folata di vento se la portò via. Nell'aria ancora l'eco del suo sinistro proclama. 
- Ricorda, Adamo, la superscantattruppola gibbosa...





Ed ecco come sempre il racconto completo. Leggetelo ascoltando il brano strumentale Nearer, my God, to Thee, al seguente link:


all'immensità dell’oceano. Sospinta dalle onde, era arrivata fino ai suoi piedi, toccandolo come fanno i cani quando vogliono richiamare l'attenzione, con piccoli, teneri tocchi del muso.

Il suo primo pensiero fu: “Ecco come la gente riduce le spiagge: a un immondezzaio.” Poi si chinò e la prese. Si rigirò la bottiglia tra le mani: era whisky distillato a Cork, per quel che poteva indovinare dall’etichetta vecchia e ormai illeggibile. Lui insegnava letteratura inglese a Dublino, ma di whisky irlandese un po' s’intendeva.

Era vuota, perlomeno di whisky, ma c'era dentro qualcosa. Stappò il sughero e, dando brevi colpi col palmo, fece uscire il pezzo di carta ripiegato e contenuto al suo interno. “Il classico messaggio nella bottiglia… come nel racconto di Edgar Allan Poe,” pensò l’uomo, divertito.

Aperse il biglietto e lesse una grafia incerta e sgrammaticata



È l’una e quaranta di notte e stiamo affondando. Chiunque tu sia, ti supplico di pregare per me quando sarò morto. Che il Signore abbia pietà della mia anima.

Doran Murray, 15 aprile 1912


Confuso, egli alzò lo sguardo all’oceano e per un attimo non capì più dove fosse.

S'accasciò sulla spiaggia, con le gambe rese molli. Aveva un tremito violento alle mani, quella che reggeva il pezzo di carta, e l’altra aggrappata alla bottiglia, come se l’avesse scolata di colpo.



 
Dio del cielo… ” mormorò il professor Murray. Non era possibile... doveva essere una coincidenza che lo scrivente avesse il suo stesso nome e cognome. Quello di un trisavolo morto nel disastro del 1912.

Lo sciabordio delle onde gli ricordava ora una musica di violini.

Una musica struggente.

E gli pareva che il suo cuore, così simile a un relitto arrugginito, emergesse dalle acque e si presentasse, infine, al cospetto del cielo.



                   Unknown landscape  di William Trost Richards (1833-1905)
                                                         Hudson School River




GLÒ (LA NOSTRA LIBRERIA)

Quella spiaggia accessibile da un sentiero ripido e semifranoso, più spesso raggiunta via mare dai gozzi eleganti e lucidissimi, l'aria profumata di pini marittimi, di lavanda e timo selvatico, i gabbiani goffi sui ciottoli e i legni levigati dalla forza delle onde, le prime luci soffuse e il luccichio imminente: in uno spazio, una vita, la sua.
La ripercorreva attraverso i ricordi delle dolci giornate senza fine dell'infanzia, del sole ammiccante che da ragazzi ci sembra illuminare il futuro, che dovrà per forza essere meraviglioso. E ripensava ai volti cari e sorridenti delle persone che con lui avevano condiviso quella parte di esistenza, con una pienezza interiore che dà pace e forza.
Si sentiva come la vecchia barca in secca su quella spiaggia, sapeva che era arrivato il momento di abbandonare quei luoghi così cari e pieni di gioia. La luce rosata del disco ancora vago e nascente intanto si mutava nei colori caldi e abbaglianti dell'arancio e oro. Un nuovo giorno che l'avrebbe portato lontano, verso promesse di nuova felicità.

MASSIMILIANO RICCARDI




La vide immediatamente. Quasi un corpo estraneo per quello che sapeva essere un posto sconosciuto ai più. Una donna seduta sul bagnasciuga accanto al vecchio relitto rugginoso eletto a monumento dall'incuria umana. Una donna nera. Indossava una veste multicolore, inzuppata d’acqua. La modernità del giubbotto di salvataggio arancione stonava con quel volto di antica bellezza africana.
La donna piangeva. Un pianto quasi silenzioso ma non meno disperato. Piangeva come solo una madre può piangere. 
L’uomo rimase quasi stordito, quel pianto lo riportava a qualcosa di ancestrale, in quel lamento così prolungato, inconsolabile, c’era il dolore della prima madre, di tutte le madri. Cercò di attirare l’attenzione della donna, quasi timoroso. Il gesto di appoggiarle la mano sulla spalla fu respinto da un movimento violento del capo, da un tremito del corpo. L’uomo rimase imbambolato a guardare la sua mano robusta dalle dita nodose galleggiare nell'aria, sentì che toccarla era stata quasi una profanazione.
Si tolse la giacca e delicatamente le avvolse le spalle. Decise che avrebbe rimandato il momento di chiedere aiuto. Si sedette accanto alla donna, così, semplicemente. Fissò insieme a lei l’orizzonte, le dita rossastre dell’alba a disperdere i nembi, il mare sino a poche ore prima in tempesta. Non era difficile immaginare perché stesse piangendo. Ad un tratto fu silenzio, soltanto il rumore della risacca e il canto dei gabbiani. L’uomo sentì il proprio braccio stretto con forza da una mano stranamente calda. Voleva aiutarla, in fretta, ma aveva deciso di lasciare a lei la decisione di muoversi da lì. Un nuovo rumore a interrompere la quiete della piccola baia, il respiro profondo di due esseri umani uniti da qualcosa di vecchio come il mondo, che cambia nome in base alla terra di origine ma che da lo stesso fremito dovunque e in ogni tempo.


 
IL MIO FINALE

La barca, o meglio, quello che ne restava. Solo uno scafo arrugginito senza più vita.
Eppure doveva averne vissuta molta, sua e degli uomini che aveva trasportato.
Pirati, forse, o semplici marinai ormai polvere.
Ma le onde, indifferenti alla sua fantasia per un momento tornata all’infanzia, gli portarono un ricordo lontano.
Suo nonno paterno, partito con le classiche braghe di tela, un fagotto con qualche pezzo di pane da razionare durante il viaggio e un involto di carta, un pugno della sua terra, quella che lo aveva visto nascere, crescere e partire per l’Argentina in cerca di una vita migliore.
Guardò l’orizzonte e vide quella vecchia nave di inizio del secolo scorso puntare verso la speranza di un futuro diverso. Non c’era stato. Solo lavoro e fatica, lavoro e sudore con gente che parlava una strana lingua, una specie di italiano imbastardito e poi pecore e agnelli da portare al pascolo, radunare, castrare, tosare.
Però, tra quella gente “el italiano” come lo chiamavano aveva trovato amici ; gauchos che gli avevano insegnato il lavoro e con i quali aveva diviso le notti all’addiaccio, l’hazado, i tanghi e le chitarre suonate al chiar di luna intorno al fuoco,
Poi, aveva detto basta. Aveva rovesciato tra l’erba stenta la terra italiana a perenne ricordo delle sue fatiche di emigrante e, povero per povero, era tornato a casa portandosi dietro il sapore di amicizie tra uomini solitari, la vastità della pampa immensa, delle mangiate tra racconti e ubriacature e una piccola scatola con una manciata di terra argentina.
Lui la conservava ancora insieme ai ricordi.
Myrtilla

Il mio finale è un rimaneggiamento di una storia vera.


 

PS  scusate ma se ci fossero errori segnalatemeli. grazie.
Blogger mi ha fatto impazzire a preparare questo post. Quattro volte l'ho dovuto rifare... 







 

35 commenti:

  1. Ma sono tantissimi questa volta. Sai cosa mi diverte veramente? Vedere tutte insieme le fantasie prodotte da tante persone su uno stesso input. Il tuo finale è molto bello, soprattutto perché ha un riferimento alla realtà.
    Bravi tutti. Al prossimo viaggio nella fantasia. :)
    (Ho capito che qua le mattiniere siamo noi!) :)

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    1. Taanti davvero Marina!!! Uno meglio dell'altro ma per fortuna non devo scegliere :))
      Era il nonno di io marito che era partito per l'Argentina. Aveva fatto anche un po' di soldi ma al ritorno aveva investito nella banca cosiddetta dei preti, forse la popolare, non so. Perso tutto! Da allora infatti la porta della sua casa si era chiusa alle tonache ahhaahhah

      Non so a che ora ti alzi tu ma io alle 6 del mattino e pur non avewndo bimbi piccoli corro corro corro. Che poi non è veroche non ho bimbi piccoli.. e le nonne? 89 e 81 anni.... uguali uguali ai bebè!
      Ciaoooo

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  2. Bravi tutti!
    Anche questa volta non ho fatto in tempo, niente sono proprio un relitto io stessa

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    1. Mi spiace azzurrocielo. Srà per la prossima volta, dai... tu sai che la porta è sempre aperta.
      Relitto? Tu? E io cosa devo dire?????? Son pure più vecchietta! :)
      Bacio!

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  3. Una delle prossime volte parteciperò anch'io! :-)

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    1. Quando vuoii Chiara. Sarà un piacere averti nel gruppo!

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  4. Bellissimi finali..non posso scegliere quello che mi piace di più! Complimenti a tutti!

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    1. Grazie Biljana a nome di tutti!
      Te ne dico una? Menomale che non devo scegliere.... ahhahahah

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  5. Bravi tutti, ognuno con il suo tocco, con la sua voglia di raccontare. Che bella cosa. Mi mancano soltanto alcuni racconti da leggere, lo farò senz'altro.
    Complimenti a tutti i partecipanti e alla Patri che ha ideato questo spettacolo di iniziativa.

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    1. E la Patri, Max.. se non ci fosse la Patri... streste tranquilli ahahhahahahahahaha
      Hai visto quanti sono? E come sono belli? yuppi!!!!1

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  6. Letti tutti, anzi divorati.
    Adoro questa tua iniziativa!
    Un abbraccio e scusa se non passo spesso, ma sto revisionando e il tempo mi sfugge fra le mani come sabbia :-)
    Baci, Francesca.

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    1. Tranquilla Francesca!
      Abbiamo tutti i nostri impegni :)
      Hai visto che finali però? Favolosi!
      Ciaooooo

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  7. Siamo una squadra "fortissimi" 👏👏👏👏

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  8. Bellissimi tutti i finali, sono felice della numerosa partecipazione a questa nuova edizione marinaresca! :-)

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    1. Vero! Io continuo a dire che per fortuna non deve sceglierne uno... sarei in crisi altrimenti! :)

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  9. Ma sono tantissimiiiiiii!!! WOOOOWWWW! CHE SUCCESSONE!!...Devi andarne fiera, Patty :))
    Piano, piano li leggo tutti, devo dedicare il giusto tempo a ciascuno... Inizio...dall'inizio! :***

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    1. Hai visto??? ahahahhahaah
      Ne vado fiera ma anche voi he partecipate dovete esserlo. Vi mettete in gioco così semplicemente per divertimento. Mia da tutti sai!

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    2. Sto sempre qua... Mi ci vorranno giorni per leggerli tutti...BUUUUUUUUUUUUUUUUUUUU... la prossima volta mi sa che mi conviene seguire di pari passo...
      Tempo scaduto, si va per la giornata , dritta e ligia fino a stasera... Torno appena ho tempo :***

      BACI PAT :***

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    3. Eh, stellina.. abbiamo sempre il tempo contato e spesso non ci basta per fare tutto quello che dobbiamo.
      Ma come facciamo? Non possiamo scoppiare. Qualcosa resta indietro e poco volta si farà...
      Bacio gioia!

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  10. Grande partecipazione e veramente tutti ispirati i finali! Grazie Pat per ispirazione e concertazione del tutto ^_^

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  11. Bellissimi racconti uno più bello dell'altro e il tuo Pat tra l'altro mi pare uno dei pochi se non il solo lungo ... proprio una bella ciurma ...complimenti a tutti ...buona giornata

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    1. Siamo una bella squadra, Giusi :)
      Questo mese aspetto anche te eh... ahahahhaha

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  12. Evviva, bravi tutti! Alcuni in modo particolare.

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  13. Tutti bei racconti...e per questa volta non ce l'ho fatta...
    Un abbraccio e grazie per la tua iniziativa!

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    1. Belli davvero Lorenza!
      Non ti preoccupare, stella! Sarà per il 20 di febbraio o di marzo, quando riuscirai. Sai che in qualunque momento tu arrivi sarai sempre ben accetta.
      Bacio! E grazie a voi tutti!

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  14. Al prossimo giro vorrei partecipare anche io.

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    1. E saresti il benvenuto!
      Ti aspettiamo! Ciao

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  15. Mamma mia Patricia ma quanto sono belli?
    Grande Patricia! La storia aggiunta del nonno di tuo marito è la giusta ciliegina sulla torta di tanti ispirati racconti.
    Bravi tutti.
    Baci <3

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    1. Così belli che l'ho postato anche nella mia pagina FacebooK.

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    2. Grazie! E tu pensa che non gliel'ho nemmeno detto 😊😊😊
      Io non sono su facebook 🤐 ma se hai dei commenti cd li riferisci?
      Bacio! E grazie!

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  16. Ciao Patricia!! Arriviamo!!..., letti tutti i finali, Complimenti agli autori, sono stati trattati vari possibili evoluzioni, nati come per magia dal tuo incipit!! Siamo felici di avere preso parte a questa bella rubrica, impegni permettendo... curiosi per la prossima traccia ;) :)..., Grazie!! Un abbraccio e Buona Domenica!!
    Davide e Carmela

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    1. Ciao fanciulli!
      Sono stti tutti bravissimi vero? Ma anche voi alla prima... esperienza ahhahah siete stati grandi.
      Vi aspettiamo per il 20 febbraio e il nuovo incipit. Tanto c'è tempo fino al 28 poi...
      Buona domenica a voi!

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