sabato 1 aprile 2017

INSIEME RACCONTIAMO 19 RIEPILOGO


                 IR 19 RIEPILOGO




#insiemeraccontiamo #fareblogging #racconti



Eccoci qua, carissimi amici, al consueto riepilogo del primo del mese.


Come sempre siete stati grandi e di questo vi ringrazio un’altra volta.


Nuovi partecipanti anche questo mese e la cosa fa molto piacere!

Oltre ai soliti noti :)) si è anche aggiunto il Rock Poeta Daniele Verzetti e lo ha fatto con grande stile.

Ma tutti quanti, ognuno a suo modo, ha saputo come sempre usare uno stile unico ed eccellente.

Ma ora partiamo con il riepilogo.





Il mio INCIPIT era questo


Il loro era stato un incontro casuale. Una di quelle occasioni che si verificano una volta sola nella vita.
Il destino aveva fatto tutto da solo. Si erano incrociati e quegli occhi lo avevano ammagliato. Era come se lo avessero invitato a pensare. Quasi a rimestare nel suo passato. E ora...




ed era abbinato a questa fotografia








Qui i VOSTRI FINALI come sempre in ordine di arrivo.


DANIELE VERZETTI ROCKPOETA®



...Il nulla. Un sogno che la mattina si è preso con sé cancellando perfino anche il semplice ricordo di quegli occhi. Riprende la vita di prima, aspettando trepidante la notte nella vana ma al contempo possibile speranza, che quegli occhi gli tornino in sogno di nuovo, per poterli fermare, respirare per un solo attimo e portarli nella vita reale per poter amare di nuovo dopo la perdita di Giulia.


MIKI MOZ


... aveva fatto delle ricerche. Su, in soffitta, a casa dei suoi.
La stessa casa dove aveva vissuto tanti anni. Rivide i suoi vecchio giocattoli, rivide le sue vecchie riviste sugli insetti. E poi trovò quello che cercava, l'album di fotografie del 1972. L'anno in cui nacque. E, scopiì, l'anno in cui nacque anche sua sorella gemella.
La donna coi suoi stessi occhi.





... doveva portarsela a casa o lasciarla lì, in mezzo alla strada? No, non avrebbe resistito all'idea di quella meravigliosa creatura abbandonata in mezzo a una strada. Si abbassò e l'accolse nelle mani chiuse a scodella. Era proprio come la micetta della sua infanzia portata a casa un bel giorno dalla sua mamma, solamente che questa era ancora più piccola, più macilenta ed era giunta proprio in quel momento, a quell'incrocio, lì, ad aspettare lui.



OFELIA DEVILLE



Tutto era cambiato, un cambiamento impercettibile che non aveva notato subito. Come aveva fatto a non accorgersene, si domandò James chiudendo la finestra per tenere fuori l’aria fredda della sera.

Ripensò al loro incontro, e sorrise.

Pioveva quel pomeriggio di settembre, e lei stava ammirando estasiata una delle opere che James aveva esposto in una della più prestigiose galleria della città.

Universo infinito, così lo aveva chiamato.

E un universo infinito gli erano sembrati i suoi occhi quando si voltò verso di lui.

Non aveva mai visto uno sguardo così profondo, capace di scavare nell’anima e lasciarvi un segno indelebile.

Fu la sua voce calda e sensuale a scuoterlo quando la sentì chiedere: mi scusi conosce per caso l’autore di quel dipinto? Sarei interessata all’acquisto.

Lui non era mai stato una persona molto estroversa, se poteva evitava ogni contatto umano, le persone non gli piacevano ma tuttavia c’era qualcosa in quella ragazza che lo attirava come una calamita.

Senza rendersene conto sentì la sua voce rispondere: ce l’ha davanti, mi presento, sono James Taylor. Vide le sue gote arrossarsi mentre pronunciava il suo nome: Laura Foschi.

Roma aveva visto sbocciare il loro amore: nel giro di un mese avevano trovato casa vicino a Piazza di Spagna e si erano sposati scegliendo una cerimonia intima. La ricordava ancora con quel suo corto abito giallo a fiori e i lunghi capelli trattenuti da un fermaglio d’argento a forma di farfalla che le aveva regalato come dono di nozze.

Era bellissima e mentre pronunciava il suo sì, si era perso ancora una volta nei suoi meravigliosi occhi verdi.

Gli anni erano passati velocemente e anche se non avevano avuto figli la loro vita era stata piena di felicità e amore. Laura era la sua musa, la ritraeva sempre in ogni suo dipinto, era il fulcro della sua esistenza.

Poi qualcosa era cambiato, lieve come la neve quando cade di notte.

Alzheimer, aveva detto il medico pronunciando quella parola come una condanna a morte.

Laura si era persa, giorno dopo giorno, nei meandri della sua mente.

Gli avevano consigliato di metterla in un istituto, di affidarla ad altre mani, ma le uniche mani che potevano prendersi cura di Laura erano le sue.

Aveva smesso di dipingere per dedicarsi totalmente a lei e poco importava se spesso Laura non si ricordasse di lui: per James quei momenti erano comunque preziosi e gli bastava perdersi nei suoi immensi occhi per ritrovarsi di nuovo insieme, felici come il primo giorno sotto il cielo di Roma.

James accese la luce e si accomodò sulla poltrona accanto al letto.

Laura si era svegliata, sembrava stranamente lucida.

Le sorrise, prendendole la mano.

Perché hai chiuso la finestra? Mi piace l’aria fredda della notte, gli disse.

Sei raffreddata, il freddo potrebbe peggiorare le tue condizioni.

Laura lo guardò negli occhi: grazie per non avermi abbandonata. So che presto non mi ricorderò più di te e questo mi fa male.

James le accarezzò il viso, sempre bello come il primo giorno.

Non preoccuparti, amore mio, i miei ricordi basteranno anche per te. Saranno i tuoi occhi a parlarmi come hanno sempre fatto.

Laura sorrise.

Sì per sempre, disse, prima di sprofondare nel buio della mente.





BARBARA FANELLI



Era il momento di gettare la zavorra e di spiccare il volo.
Innanzi tutto doveva saperne di più di quegli occhi misteriosi e talmente belli da non sembrare appartenere a un essere umano. Doveva sapere il suo nome. Doveva cercarla e parlargli. 

Chiederle tutto. Aveva improvvisamente fame di sapere... 



IARA R.M.



Era lì, solo per lei. Aveva stilato una lista dei gesti che preferiva: il modo in cui incurvava le labbra prima di sorridere, come scostava l'onda di capelli che le ricadeva sul viso, il movimento dei fianchi. Un corpo niente male, considerò. Seguiva a distanza ogni suo spostamento. Era il momento giusto per avvicinarsi. La serata sembrava essersi fatta complice dei suoi desideri. La luna abbracciata da grosse nuvole nere oscurava in parte il viale in cui camminava da sola. La vide fermarsi a frugare qualcosa nella borsa. Non si era accorta della sua presenza. Si arrestò alle sue spalle, lei si voltò. Quegli occhi finalmente, così vicini, si aprirono un po' di più per lo stupore. Le labbra si schiusero lievemente come per accogliere un bacio. Non ebbe il tempo di dire nulla. Lui, le pressò sulla bocca un fazzoletto bianco, ricamato, impregnato di pentothal; pochi attimi e le cadde tra le braccia. Avrebbero avuto tutto il tempo che serviva per conoscersi meglio. Si augurava soltanto che quello sguardo non lo deludesse o avrebbe fatto la fine delle altre.



FRANCESCA VANNI


Ora eccolo lì, ancora a fissare quegli occhi neri come la notte, con il cuore che batteva all’impazzata.

Scambiò uno sguardo con sua moglie Angela, che in quel momento era emozionata tanto quanto lui.

Quanta strada avevano percorso per arrivare a quel momento!

Prima i tentativi di avere un bambino ai quali era seguita la diagnosi di infertilità, poi Angela che lo aveva supplicato di lasciarla per trovarsi una vera moglie che sapesse dargli un figlio e le lunghe sedute dallo psicologo che li aveva guidati passo dopo passo fino ad accogliere l’idea dell’adozione.

Non era stato un percorso facile, quegli ultimi cinque anni erano stati peggio di un giro infinito sulle montagne russe: visite degli assistenti sociali, colloqui, le eterne sedute in tribunale e infine l’accettazione della loro richiesta.

Nuova Delhi.

Quelle due parole li avevano spiazzati. L’India era un paese totalmente diverso dall’Italia.

Sarebbero riusciti a far sentire la piccola Parvati a casa?

E lui sarebbe riuscito a proteggere sua figlia dagli sguardi indiscreti, dalle malelingue che avrebbero sempre trovato qualcosa di cui sparlare? Sarebbe stato all’altezza del compito che lo aspettava?

Si inginocchiò davanti all’ingresso di casa e osservò la bambina in viso, perdendosi nei suoi stupendi occhi dentro i quali poteva intravedere l’universo intero proprio come accadeva ogni volta che guardava Angela.

Fu allora che rimase folgorato da una certezza: lui, Angela e Parvati erano sempre stati destinati ad incontrarsi e diventare una famiglia.

-Allora, principessa, sei pronta a scoprire la tua nuova casa?-

Parvati alzò il viso verso Angela, poi lo guardò di nuovo e annuì con un dolcissimo sorriso.





MARINA GUARNERI


E ora era di fronte alla verità e lo sguardo agganciato in un frangente così imprevedibile gli stava restituendo il frammento di un grande amore, la sofferenza di un abbandono, il rimpianto di una scelta sbagliata. Non fece in tempo a seguirla, a fermarla, lei su una scala mobile che scendeva, lui in una che saliva e in mezzo la distanza degli anni che erano trascorsi senza essersi mai conosciuti. Nessuno gli avrebbe mai dato la certezza, eppure nel suo cuore era rimbalzato l'eco di una voce rimasta silente, nei pochi istanti in cui quegli occhi lo avevano afferrato. Si era sentito chiamare:
"Papà!"


IRENE REGINA ZALIEVA



"UN BATTITO DI CIGLIA"



Guido si svegliò di soprassalto. Voci dal corridoio riempivano lo spazio calmo e sconosciuto della camera che aveva fermato solo per una notte, solitario e ramingo come quei turisti che appaiono portentosi ma che in realtà vagano senza una meta. 



Quella mattina si era precipitato giù dal treno appena qualche fermata dopo. Dalla provincia alla Capitale. Non era andato lontano. 



Gli era sorto il desiderio imperante di rivederla, di riscoprire quel pezzo di vita che aveva rimandato indietro anni prima, quando la colla ed il peso dei sentimenti lo avevano inspiegabilmente spaventato.



Era forse quella ruggine penosa di cui il cuore si era riempito, la cosa che andava cercando ed il cui nome non riusciva quasi a pronunciare? 



Prese il foglio destinato alle comunicazioni all'albergo e scrisse:



Sono stato in città, oggi. 



Sono stato in città e ti ho cercato, in mezzo alla gente, tra la folla di gambe, braccia, teste... Ti ho cercato ed ho sperato che ci fossi; anche solo per un minuto, per un istante, per un battito di ciglia. In metro ho guardato a lungo, finché non è arrivato il treno e mi ha portato via. Come quel giorno, l'ultimo giorno. 



Avrei tanto voluto rivederti. Ho provato a concentrarmi, ad individuarti: maglietta, jeans, scarpe da ginnastica... Nient'altro, ne sono sicuro. Non puoi essere cambiata tanto da non riconoscerti nei tuoi vestiti, nelle tue movenze.



Ma tu non c'eri. Forse ci siamo persi per pochi attimi, tu eri là un pó prima di me, o un pó dopo. Forse il tizio con la valigia grossa ti ha nascosto al mio sguardo in quel frammento di prospettiva nel quale ti avrei scorto. Forse stavi a sinistra delle panchine invece che a destra, dietro la colonna delle scale mobili: non avrei mai potuto vederti.



O forse, semplicemente, non c'eri. Non ci sei più. Da tempo ormai; gli anni passano e noi non ci siamo: separati dalla vita che scorre e da una città troppo piena, troppo grande.



Non ti ho voluto: un dolore sordo mi opprime il petto. Sempre, ogni giorno. 



Avevi ragione, non dovevamo vivere di rimpianti. Io e te eravamo fatti per la vita: incastrati, combacianti, pezzi unici ad aggancio naturale.



Dove sei? Dove sei, adesso?



Se solo potessi chiederti perdono, per tutto il dolore, per gli sbagli, per la mia codardia.



Dove sei? ... Se solo potessi stringermi ancora una volta, in uno sguardo: uno sguardo soltanto rubato ad un istante di verità."



Posò la penna. L'indomani si sarebbe rimesso in viaggio. La Superscantattruppola non poteva essere in quel rimpianto, in quel dolore assordante di un uomo che in uno sguardo riconosce il passato. Non poteva. O forse sì?


      


VERBENA C.


il pensiero si è fatto più insidioso, quegli occhi erano gli stessi della donna che aveva amato tanti anni fa. Il suo lavoro di fotografo lo aveva portato in Sudan, era stato inviato per un reportage sulla situazione di quel paese. Rimase un anno ma quell'anno fu uno dei più importanti della sua vita. L'amore aveva travolto due cuori troppo diversi ma talmente uguali nello sprigionare un grande sentimento e un'armonia che non ritrovò mai più. Ora stava lì negli stessi posti dove con Jamila era andato in giro a bordo della sua Jeep a fotografare tramonti e albe nebbiose. Quando venne il giorno della partenza si erano promessi di ritrovarsi ma rimase solo una promessa, le lettere che lui scriveva ritornavano al mittente e non seppe più nulla. Ora gli occhi di Jamila li aveva lì davanti e lo fissavano. No, non poteva essere lei era troppo giovane. La ragazza corse via, una voce anziana la chiamò; _ Jamila! e lei rispose:- Vengo nonna. Un brivido lungo la schiena, un sudore freddo gli bagnò la fronte, pianse allontanandosi mentre il sole tramontava creando gli stessi colori di allora, ma lui questa volta provò un senso di fastidio e abbassò lo sguardo. 







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MARINA ZANOTTA










… aveva il suo passato davanti agli occhi, e sapeva di non potergli sfuggire. Era un tormento continuo, un rivivere incessante degli errori commessi, di momenti che aveva tanto odiato e cercato invano di dimenticare. Gli prese il solito impulso di affogare i spiacevoli ricordi in un bicchiere di liquore, il cui colore ambrato gli ricordava il miele che raccoglieva con Anna, l’unico fiore della sua vita.





Gli occhi castani della ragazza avevano risvegliato la voglia di respirare un po’ di felicità, quella legata al caso fortuito, senza un perché.

Quanto avevano riso il giorno del loro incontro. Avevano pensato che sarebbe durata per sempre, ed invece lo stesso caso che li aveva fatti incontrare, li aveva anche separati.

Buttò giù in un sol colpo il liquore. Il caldo dell’alcool si diffuse nelle orecchie, e raggiunge il cervello con la rapidità di un torrente in piena, annebbiando uno ad uno i ricordi. L’ultimo ad andarsene fu quello legato ad Anna, nella sua mente ora eterea, pura, innocua e per un istante perfetta.
“Così è la vita” si ritrovò a pensare subito dopo, quasi banalmente. Incrociò nuovamente gli occhi della ragazza che ora gli stava sorridendo, ma decise di non giocare la partita.




IVANO LANDI


                 Vincent Van Gogh, La casa gialla (1888).
* * * È sempre notte, o altrimenti non avremmo bisogno della luce. – Thelonious Monk * * *

Il mio incipit con la lieve modifica di Ivano, dal maschile al femminile.

Il loro era stato un incontro casuale. Una di quelle occasioni che si verificano una volta sola nella vita. Il destino aveva fatto tutto da solo. Si erano incrociati e quegli occhi la avevano ammaliata. Era come se la avessero invitata a pensare. Quasi a rimestare nel suo passato. E ora...


Il suo finale
Dopo un’ora e mezza circa di viaggio, unico passeggero, scende dalla corriera e mette piede in quello che gli sembra un paese fantasma. Pioviggina soltanto, ma le nubi grigie occupano ogni angolo di cielo e niente può contrastare di più con ciò che di quel posto lui trattiene nella sua memoria.

Ma si incammina comunque. Lungo la strada principale, nella direzione opposta da cui è venuto.


Il bar al termine della salita è il suo unico vero punto di riferimento. Ma poiché la curva della strada glielo nasconde alla vista, gli si fa prima avanti la casa dalla facciata gialla. E’ un terratetto che fa angolo con la strada principale e segna l’inizio di una via laterale formata di poche altre abitazioni.


E' anche la vera meta del suo viaggio.


Il giallo della facciata, scurito dagli anni, gli ricorda lo zafferano da cucina. Ma lui ne conserva nella memoria un’impressione molto più vivace, di una cascata d'oro liquido che si confonde con la luce del sole e bagna la strada fino ai suoi piedi.


All'improvviso...


La porta della casa si apre e una donna dai capelli troppo chiari si affaccia sul mondo grigio. Lui si rende conto di come la comparsa di un estraneo in un posto come quello al di fuori del periodo estivo debba essere qualcosa di abbastanza insolito da attrarre l’attenzione. Ma lei, che guarda proprio verso il bar, non sembra accorgersi di lui.


O forse sì.


* * *


E ora...


Tutto sembra ripetersi quasi come un tempo. La donna per un attimo ha creduto di vedere qualcuno di sconosciuto, ma guardando meglio vede che non c’è nessuno. Le viene però da pensare a una coppia di occhi bruni. E al sole, a tanto sole. Quasi come rimestare nel passato, pensa ancora, stringendosi le braccia intorno al petto.





DOLCEZZEDIMAMMA
 
…non riusciva a non guardarla e restava fermo e immobile.

Lei stava lì, seduta nella poltrona, a guardare dalla finestra il paesaggio sempre uguale: la casa di fronte, chiusa e diroccata, con l’erba che cresceva nelle crepe dell’intonaco e uno straccio che penzolava, appeso ad una molletta sbiadita.
Nessuna parola, solo un respiro pesante e ripetuto.
Il silenzio.
Da quando il male si era preso metà del suo corpo e la sua voce, lei aveva smesso di comunicare ma non di pensare, e i suoi pensieri, come nuvole veloci, scorrevano nei suoi occhi, senza fermarsi mai.
E quegli occhi parlavano.
Parlavano di grano maturo e di corse nei campi, di libri letti e di amori incontrati, di figli partiti e di nipoti quasi sconosciuti.
E lui rivide in lei il nonno taciturno da cui, bambino, non era più andato, perché gli faceva pena vederlo soffrire.
Capì, allora, che quel lavoro che gli era stato offerto lì, quel giorno, non era un evento casuale, ma l’occasione che la vita gli concedeva per recuperare.

Le prese la mano.
Lei lo guardò e gli sorrise.
Adesso c’era anche lui nei suoi occhi.

 
IL MIO FINALE

Capì subito che voleva lei. Le altre, al confronto, sparivano. Nessuna aveva quello sguardo, quegli occhi enigmatici che perforavano l’Amiata e oltre.

Doveva averla! 
Ne avrebbe fatto il suo simbolo, la sua firma.

Ohè, Lisa, bischera! Un è che tu c’hai voglia di venì nella mi bottega?” le chiese Leonardo.






Alla prossima!
Myrtilla



ps se ci fossero problemi ditemelo per favore.
Questo mese sembra che blogger abbia fatto il bravo ma non si sa mai.... :)

22 commenti:

  1. Ho già letto alcuni finali nei vari blog seguiti, ripasso per i restanti qui inseriti!
    Il tuo mi ha fatto sbellicare XD Bravissima Pat!!! :D

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    1. Ne sono felice, Glò! :))
      Ogni tanto riesco a ridere anch'io ;)
      Bacio!

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  2. Originale il tuo finale! PS: Posso chiederti un favore piccolissimo? In futuro visto che penso di partecipare ancora a questa tua iniziativa davvero lodevole, se devi citarmi ti chiedo per favore se puoi farlo come Daniele Verzetti Rockpoeta® e non solo nome e cognome, è la mia "firma" on line e ci tengo :-)))

    PS2: è stato bellissimo e stimolante partecipare a questa tua iniziativa, cimentarsi con un finale in prosa per me che scrivo poesie, una vera sfida che vorrò sicuramente ripetere.

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    1. Uh, che lavoro difficile!!!!!! :))
      Ci vuole un attimo :) Ho già anche cambiato questo.

      Felice che ti sia piaciuto giocare con noi. Se ti interessa, ogni venti del mese c'è un incipit nuovo :)
      Grazie ancora!

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    2. Grazie verrò a vedere d'altronde ti seguo regolarmente quindi lo troverò postato quando sarà il momento :-)

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    3. L'ho visto Daniele edi questo ti ringrazio. Spero di riuscire quasi sempre, non pretendo troppo, a soddisfare la tua curiosità.

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  3. Cara Patrizia, un grazie a tutte voi che con i vostri racconti insieme, ci date armonia.
    Ciao e buon fine settimana cara amica con un forte abbraccio e un sorriso:-)
    Tomaso

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    1. Ne siamo felici tutti, Tomaso!
      Bacio grandissimo!

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  4. Meraviglioso il tuo finale, Patricia!
    E finalmente sappiamo come andò davvero, alla barba di tutti i sapientoni e delle loro astruse teorie ;D

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    1. ahahahahhaahha Grazie! :)
      Si capisce che la cadenza toscana mi piace da morire???? :)
      Comunque solo Leonardo potrà dirci la verità... se ne avrà voglia. :)

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  5. Allora sono proprio arrivata in ritardo! Sobbbbbb!

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    1. Dolcezza, non ti preoccupare. Il venti si ricomincia.
      Poi, se hai un'idea per questo finale... lo sai che non sono così fiscale e lo aggiungo comunque :))
      Se vuoi scriverlo... ;)

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    2. Stella scusa... ho visto solo ora aggiorno subito!!!!!!

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  6. PAAT!!Grandissimo e inaspettato, il tuo (vero) finale!^^
    Grande appuntamento come sempre, rubrica fantastica^^

    Moz-

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    1. ahahhhahaha grazie giovanotto!!!!!
      Mi sono detta buttiamola sul ridere una volta tanto messer Leonardo non se la prende :))
      Alla prossima e grazie ancora!

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  7. Ahah, il tuo finale: number one!😆

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    1. Ero di luna buona, Marina ahahahahahaha

      Comunque sono tutti belli! Tutti diversi ma ugualmente belli!

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  8. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  9. Mi spiace non essere riuscita a partecipare questo mese.
    E' un periodo complicato, speriamo passi presto.
    Leggerò tutti gli interventi saranno stati tutti bravissimi.
    Il tuo finale è davvero strepitoso!
    Un abbraccio.

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    1. Nessun problema stella, tranquilla.
      Ci sono momenti in cui c'è così tanto da fare che non si riesce nemmeno a respirare.
      Sarà per la prossima 😚 bacio

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  10. AHAHAHAHAHAHAHAHAHAH...bellissimo il tuo finale Patty!
    E mo mi vado a leggere tutti gli altri, o almeno quelli che riesco in questo pò di tempo che sono riuscita a ritagliarmi...
    Oibò, non potevano inventare le ore giornaliere supplementari a richiesta tipo quando finisci i giga di internet??? Pensa che figata!!

    UN ABBRACCIOOONEEEEE

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    1. REginaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!! Ma sei mattaaaaaaa?????????
      Ore in più? Solo se si possono usare per dormire che ho un sonno.... ahhaahhhahaha
      Grazie stella! Come al solito però siete stati tutti ottimi finalisti!
      Bacio!

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